Nella prima parte di questa storia ci siamo fermati davanti a una domanda apparentemente semplice: fino a che ora Simonetta Cesaroni era ancora viva?
Abbiamo scoperto che semplice non lo è affatto.
Adesso, però, dobbiamo spostare lo sguardo.
Sono circa le 23:30 del 7 agosto 1990. La porta degli uffici dell’AIAG viene aperta e Simonetta viene trovata in una delle stanze dell’appartamento.
Da questo momento Via Poma non è più soltanto il luogo nel quale una ragazza di vent’anni era andata a lavorare poche ore prima.
È una scena del crimine.
E una scena del crimine dovrebbe parlare.
Dovrebbe raccontare come è iniziata l’aggressione, quale arma è stata utilizzata, che cosa ha toccato l’assassino, se si è ferito e quanto tempo è rimasto nell’appartamento.
Dovrebbe persino aiutarci a capire da dove è entrato e in quale modo è andato via.
Il problema è che, quando ho cominciato a ricostruire seriamente questa parte della storia, mi sono trovata davanti a una scena che sembra parlare in continuazione, ma nella quale le risposte cambiano a seconda di chi le ascolta.
Ci sono le fotografie.
Ci sono i verbali.
Ci sono le tracce di sangue.
Ci sono le conclusioni dei periti, quelle dei giudici, la ricostruzione della Commissione parlamentare e le analisi di Carmelo Lavorino, che ha dedicato decenni allo studio del caso ed è anche autore del recente libro Via Poma. Ultima chance. E se questo caso interessa anche te, ti consiglio davvero di leggerlo: io l’ho trovato interessantissimo.
E non sempre raccontano la stessa storia.
Io non ho intenzione di scegliere per voi quella che mi piace di più.
Voglio mettere ogni elemento al proprio posto: prima ciò che venne osservato e repertato, poi ciò che ne dissero gli esperti e infine le domande che, dopo trentasei anni, continuano a restare là.
Perché una sentenza può stabilire che una prova non sia utilizzabile per condannare qualcuno. Ma questo non significa automaticamente che abbia spiegato come quella prova sia arrivata sulla scena.
E questa differenza, a Via Poma, diventa enorme.
💡 In breve
- La stanza nella quale venne trovata Simonetta appariva relativamente ordinata nonostante la violenza dell’aggressione.
- Vicino al corpo furono osservati segni descritti negli atti come compatibili con una possibile parziale detersione.
- Sulla porta e sulla tastiera del telefono vennero rilevate tracce di sangue di gruppo A, diverso da quello di Simonetta.
- Altre tracce furono individuate nell’ascensore soltanto settimane dopo e il loro significato è ancora discusso.
- Le condizioni dei reperti e i limiti dei primi accertamenti hanno reso più difficile stabilire che cosa sia realmente accaduto in quella stanza.
- Le sentenze, la Commissione parlamentare e Carmelo Lavorino non attribuiscono sempre lo stesso significato agli elementi della scena.
📑 In questo articolo
🚪 La porta si apre: che cosa c’era nella stanza
Per entrare in quell’appartamento dobbiamo provare, per quanto possibile, a dimenticare tutto ciò che è arrivato dopo.
Niente processi.
Niente DNA.
Niente sospettati diventati famosi.
Niente trentasei anni di teorie.
Siamo nella notte del 7 agosto 1990.
Simonetta viene trovata sul pavimento della stanza utilizzata dal direttore dell’AIAG, Corrado Carboni.
La sentenza della Corte d’Assise d’Appello del 2012 descrive la posizione del corpo con precisione: Simonetta è supina, con il capo riverso e le braccia e le gambe divaricate.
Indossa ancora i calzini bianchi e il reggiseno, abbassato. Il corpetto che portava quel pomeriggio è appoggiato di traverso sul ventre.
Le scarpe da tennis, slacciate, si trovano invece in un angolo della stanza.
Una accanto all’altra.
Gli altri indumenti che Simonetta aveva certamente indossato per arrivare in ufficio non vengono trovati.
Non vengono ritrovati neppure il mazzo di chiavi che aveva utilizzato per entrare e l’arma del delitto.
Intorno al corpo, però, la stanza appare ordinata.
Ed è proprio qui che comincia il primo cortocircuito.
Simonetta presenta ventinove lesioni penetranti, concentrate soprattutto nella parte anteriore del corpo. La morte viene ricondotta allo shock emorragico prodotto dalle ferite.
Eppure non ci troviamo davanti a una stanza devastata da una lunga colluttazione.
Sul pavimento, sotto il corpo, si è formata una gora di sangue. Vicino alla testa e ai capelli gli investigatori osservano anche alcune impronte rosacee semicircolari.
Negli atti vengono descritte con una formula precisa:
“Come per parziale detersione”.

Attenzione, però. Questa frase non dimostra da sola che qualcuno abbia lavato tutta la stanza.
Descrive ciò che gli investigatori videro sul pavimento e indica una possibile spiegazione di quei segni.
Carmelo Lavorino e altri studiosi del caso ritengono che una parte della scena sia stata pulita. Anche la quantità e la distribuzione del sangue sono diventate, negli anni, argomenti utilizzati a sostegno di questa ricostruzione.
È possibile.
Ma io voglio partire da una domanda ancora più semplice.
Abbiamo ventinove lesioni, una gora sotto il corpo e tracce descritte come compatibili con una parziale detersione. Davvero possiamo archiviare tutto con un’alzata di spalle e dire che la stanza era semplicemente ordinata?
🧠💭 No, un momento. Non sto dicendo che qualcuno abbia preso secchio e straccio e abbia lucidato l’ufficio come mia madre il sabato mattina. Sto dicendo che quei segni esistevano e che meritavano una spiegazione.
Furono prodotti durante l’aggressione?
Qualcuno cercò di rimuovere il sangue?
Il corpo venne spostato?
E se una parte della stanza fu davvero pulita, lo fece l’assassino oppure qualcuno entrato successivamente?
Perché qui le possibilità cambiano completamente la storia.
La disposizione degli abiti, le scarpe accostate, la scomparsa degli altri indumenti, delle chiavi e dell’arma fanno pensare che l’autore non sia fuggito nello stesso istante in cui cessò l’aggressione.
Potrebbe aver cercato di eliminare alcune tracce.
Potrebbe aver modificato la scena.
Potrebbe aver portato via determinati oggetti per simulare un’altra situazione o per una ragione che ancora non conosciamo.
Non posso dirvi quale di queste spiegazioni sia corretta.
Posso però dirvi che qualcuno, prima di chiudere quella porta, sembra avere fatto delle scelte.
Ed è proprio cercando le tracce lasciate durante quei minuti che arriviamo a uno degli elementi più importanti e controversi dell’intero caso:
il sangue che non apparteneva a Simonetta.
🩸 Il sangue sulla porta e sul telefono
Ed eccoci a uno dei punti che, personalmente, trovo più impressionanti dell’intero caso.
Perché sulla scena del crimine non c’era soltanto il sangue di Simonetta.
Furono analizzate diverse tracce ematiche presenti sulla porta della stanza nella quale era stato trovato il corpo e sulla relativa maniglia.
Una traccia sul lato interno della porta venne attribuita a un soggetto maschile di gruppo sanguigno A, con un profilo non compatibile con Raniero Busco.
Sul lato opposto della porta era invece presente sangue attribuibile con certezza a Simonetta, insieme a quantità minime di materiale genetico sulle quali non fu possibile effettuare confronti affidabili.
E poi c’era il telefono.
Anche sulla sua tastiera venne rilevato sangue di gruppo A.
Simonetta era di gruppo 0.
Raniero Busco era di gruppo 0.
Quella traccia, quindi, non apparteneva né alla vittima né all’uomo che sarebbe stato processato e infine assolto definitivamente per il suo omicidio.

Questo è il dato dal quale dobbiamo partire.
Adesso, però, arriva la parte complicata.
La Corte d’Assise d’Appello non attribuì a quelle tracce un valore decisivo.
Secondo la Corte, sia la porta e la maniglia sia la tastiera del telefono erano oggetti destinati a essere toccati da molte persone. Inoltre, i reperti avevano subito diversi passaggi e contenevano quantità molto ridotte di materiale biologico.
Per questo i giudici considerarono probabili eventuali fenomeni di contaminazione.
È una valutazione che va raccontata.
Ma raccontarla non significa che dobbiamo chiudere il fascicolo, spegnere la luce e andare tutti a casa.
🧠💭 Perché va bene la contaminazione. Ma qualcuno quel sangue ce l’ha pur lasciato. Non è comparso sulla tastiera per generazione spontanea. Quindi la domanda rimane: chi sanguinò sul telefono e quando?
Dire che una traccia potrebbe essere stata contaminata significa riconoscere che non possiamo collegarla con certezza all’omicidio.
Non significa avere dimostrato che con l’omicidio non c’entri nulla.
E questa distinzione, secondo me, è fondamentale.
Su quelle tracce esistono infatti letture diverse.
La relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta considera estremamente probabile che l’assassino fosse di gruppo sanguigno A.
La Commissione ritiene difficile spiegare diversamente la presenza di sangue riconducibile a quel gruppo sulla porta e sulla maniglia della stanza e ipotizza che l’aggressore possa essersi ferito durante la colluttazione o nel corso dell’azione omicidiaria.
È una conclusione significativa, soprattutto perché non arriva da una trasmissione televisiva o da una discussione sui social.
Arriva da una relazione parlamentare costruita sull’esame degli atti.
Ma resta comunque una valutazione investigativa.
Il sangue è documentato.
Il gruppo sanguigno è documentato.
L’esclusione di Simonetta e Busco è documentata.
L’attribuzione di quel sangue all’assassino nasce invece dall’interpretazione complessiva della scena.
Carmelo Lavorino sostiene questa interpretazione in maniera ancora più netta.
In un’intervista rilasciata a Rai News nel 2014, il criminologo ricordava di aver scritto già nel 1993 che il sangue sulla tastiera del telefono appartenesse all’assassino.
Secondo Lavorino, si trattava di sangue di gruppo A, DQAlfa 4/4. Simonetta presentava lo stesso marcatore DQAlfa, ma apparteneva al gruppo 0: confondere le due tracce, sostiene il criminologo, avrebbe impedito di riconoscere uno degli elementi più importanti lasciati dall’autore del delitto.
⚖️ Il dato e le diverse interpretazioni
Il dato accertato: sulla porta, sulla maniglia e sulla tastiera del telefono furono analizzate tracce ematiche. Alcune erano riconducibili al gruppo sanguigno A e non appartenevano né a Simonetta Cesaroni né a Raniero Busco.
La valutazione della Corte d’Appello: il rischio di contaminazione impediva di attribuire a quelle tracce un valore probatorio decisivo.
La posizione della Commissione parlamentare: è estremamente probabile che il sangue di gruppo A rinvenuto sulla porta appartenesse all’omicida, forse feritosi durante l’aggressione.
La ricostruzione di Carmelo Lavorino: il sangue presente sulla tastiera del telefono appartiene all’assassino ed è uno degli elementi utili per delinearne il profilo.
Quattro righe, quattro livelli diversi.
Ed è proprio qui che dobbiamo evitare due errori opposti.
Il primo sarebbe dire: “Quel sangue apparteneva sicuramente all’assassino”, perché non abbiamo un’identificazione genetica capace di dimostrarlo.
Il secondo sarebbe dire: “Poteva essere una contaminazione, quindi non conta niente”.
No, scusatemi.
Tra una prova capace di identificare certamente il colpevole e una traccia completamente inutile esiste tutto un mondo investigativo.
Se quel sangue apparteneva a una persona che frequentava normalmente gli uffici, bisognava identificarla e capire perché fosse finito proprio lì.
Se era stato lasciato dopo il delitto, bisognava ricostruire da chi e durante quale passaggio.
E se invece apparteneva all’aggressore, allora Via Poma ci aveva consegnato fin dall’inizio una caratteristica concreta dell’assassino.
Un uomo di gruppo sanguigno A che potrebbe essersi ferito.
Dopo trentasei anni non sappiamo ancora quale di queste spiegazioni sia quella corretta.
Ma il sangue presente nell’appartamento non è l’unico ad avere lasciato dietro di sé domande.
Per trovare le tracce più controverse dobbiamo uscire dalla stanza, raggiungere l’ascensore e aspettare alcune settimane.
Sì, settimane.
E già questo dovrebbe farci drizzare le antenne.
🛗 Le tracce nell’ascensore trovate settimane dopo
Per arrivare alle tracce più discusse dobbiamo uscire dall’appartamento e raggiungere l’ascensore della scala B.
Ma dobbiamo anche spostarci avanti nel tempo.
Simonetta viene uccisa il 7 agosto 1990.
Le due piccole macchie di sangue sul vetro dell’ascensore vengono segnalate il 28 agosto, tre settimane dopo il delitto.
Secondo la ricostruzione pubblicata da Carmelo Lavorino, a notarle fu Mirko Vanacore, uno dei figli del portiere, mentre stava pulendo la cabina.
Già questa sequenza temporale ci impone di procedere con cautela.
Un ascensore condominiale non è una stanza sigillata.
Viene utilizzato.
Viene attraversato.
Può essere pulito.
E in quelle tre settimane lo stabile era diventato il centro di un’indagine per omicidio.
Le macchie vengono repertate e analizzate.
La prima risulta di gruppo 0 e DQAlfa 4/4.
Sono caratteristiche compatibili sia con Simonetta Cesaroni sia con Raniero Busco. Lavorino, richiamando le valutazioni dei periti, attribuisce quella traccia a Simonetta con una probabilità del 99,53%.
La seconda macchia, invece, non consente una tipizzazione utile. Viene esaminata nuovamente nel 2005, ma senza produrre risultati genetici capaci di identificarne la provenienza.
Quindi diciamolo subito, prima che la suggestione prenda il sopravvento:
non esiste una prova che la seconda macchia appartenesse all’assassino.
Non sappiamo di chi fosse.
Non sappiamo quando sia stata lasciata.
E non possiamo neppure dimostrare che fosse collegata all’omicidio.
⚠️ Il sangue dell’ascensore non è “il DNA del killer”
Una delle due macchie presentava caratteristiche compatibili con Simonetta Cesaroni e con Raniero Busco. Secondo la ricostruzione di Lavorino, i periti la attribuirono alla vittima con una probabilità del 99,53%.
La seconda traccia non ha fornito risultati sufficienti per identificare la persona che la lasciò.
Presentarla come il sangue dell’assassino significherebbe trasformare un elemento sconosciuto in una prova che non possediamo.
Anche la Corte d’Assise d’Appello scelse una posizione molto prudente.
Nella sentenza del 2012 si legge che quelle tracce furono scoperte a una distanza considerevole dal delitto. Il rischio di contaminazione venne ritenuto troppo elevato per attribuire loro un valore affidabile.
Giuridicamente il ragionamento è comprensibile.
Se una traccia compare dopo tre settimane in un luogo percorso da decine di persone, non puoi utilizzarla con leggerezza per accusare qualcuno.
Ma qui arriva il punto sul quale io mi sono fermata.
Dire che una traccia non sia abbastanza affidabile per diventare una prova processuale non risponde alla domanda su come sia arrivata lì.
🧠💭 Cioè, fatemi capire. Una macchia compatibile con il sangue di Simonetta viene trovata sul vetro dell’ascensore dopo tre settimane e noi dovremmo limitarci a dire che ormai è inutilizzabile? Benissimo, sarà pure inutilizzabile. Ma sul vetro come ci è arrivata? Perché la macchia non conosce il codice di procedura penale: da qualche parte deve essere uscita.
Le possibilità, almeno in teoria, sono diverse.
La macchia potrebbe essere stata presente fin dalla sera del 7 agosto e non essere stata notata.
Potrebbe essere stata trasferita accidentalmente durante i sopralluoghi o durante il passaggio di qualcuno coinvolto nel ritrovamento del corpo.
Potrebbe essere comparsa successivamente per una ragione del tutto estranea al delitto.
Oppure potrebbe essere stata collocata volontariamente.
È da quest’ultima possibilità che nasce una delle teorie più controverse di Carmelo Lavorino: quella del cosiddetto “seminatore ematico”.
Secondo il criminologo, è estremamente difficile credere che due macchie ben visibili siano rimaste sul vetro per tre settimane senza essere notate da chi utilizzava, controllava o puliva l’ascensore.
Lavorino sostiene quindi che siano state depositate dopo il delitto con l’obiettivo di depistare le indagini.
La presenza del sangue attribuito a Simonetta accanto a una seconda traccia sconosciuta avrebbe potuto spingere gli investigatori verso un ragionamento quasi automatico: se la prima macchia è della vittima, la seconda potrebbe essere dell’assassino.
Secondo questa teoria, invece, la seconda macchia sarebbe appartenuta a un’altra persona e sarebbe servita proprio ad allontanare l’attenzione dal vero autore del delitto.
È una ricostruzione affascinante.
Ed è anche una ricostruzione enorme.
Perché presuppone che qualcuno avesse disponibilità del sangue di Simonetta, libertà di movimento nello stabile e interesse a interferire con le indagini.
Ma non è un fatto accertato.
È la spiegazione proposta da Lavorino per risolvere l’anomalia della scoperta tardiva.
E qui io non voglio né sposarla per forza né liquidarla con una risatina.
Voglio fare quello che facciamo sempre: metterla accanto alle altre possibilità e vedere quale riesce a reggere meglio le domande.
Se quelle macchie erano sul vetro dal 7 agosto, perché nessuno le vide prima?
Se furono trasferite accidentalmente, durante quale operazione avvenne?
Se comparvero dopo, chi aveva accesso all’ascensore e al sangue di Simonetta?
E soprattutto: possiamo davvero rispondere a queste domande dopo che il luogo era stato utilizzato per tre settimane?
🧠💭 Io posso anche mettere da parte il “seminatore ematico”. Nessun problema. Ma se eliminiamo una teoria, dobbiamo sostituirla con una spiegazione, non con il vuoto. Altrimenti non abbiamo risolto il mistero: gli abbiamo soltanto messo una copertina sopra sperando che smetta di fare rumore.
Ed è proprio questo il peso di quei ventuno giorni.
Forse non sapremo mai quando le macchie comparvero sul vetro.
Sappiamo però che vennero individuate troppo tardi perché potessero essere lette con sicurezza.
E l’ascensore non è l’unico punto nel quale il tempo, i passaggi delle persone e il modo in cui furono condotti i primi accertamenti hanno complicato la ricerca della verità.
Perché adesso dobbiamo tornare alla notte del 7 agosto.
E guardare non soltanto ciò che venne repertato.
Ma anche ciò che non venne fatto.
🔎 I primi rilievi e le occasioni perdute
Quando oggi pensiamo a una scena del crimine immaginiamo tute bianche, guanti, fotografie millimetriche e un’area nella quale nessuno può entrare senza lasciare il proprio nome.
Via Poma, però, è il 1990.
E prima che l’appartamento venga trattato come una scena da proteggere, nella stanza entrano diverse persone.
Salvatore Volponi è il primo ad avvicinarsi al corpo. Con lui ci sono Paola Cesaroni, Antonello Barone, Luca Volponi, la portiera Giuseppa De Luca e Mario Vanacore.
Poco dopo arrivano gli investigatori.
Questo non significa che tutte quelle persone abbiano alterato qualcosa.
Significa però che, quando iniziano i rilievi, la scena non è più intatta come poteva esserlo nel momento in cui venne aperta la porta.

Un esempio concreto lo troviamo sulla scrivania della stanza: la Polizia scientifica rileva un’impronta digitale che verrà attribuita ad Antonello Barone, il fidanzato di Paola.
Non era l’impronta dell’assassino.
Era la prova che almeno una persona entrata durante il ritrovamento aveva toccato un elemento dell’ambiente.
🧠💭 E attenzione: non sto accusando Antonello Barone di niente. Sto dicendo un’altra cosa. Se su una scrivania troviamo l’impronta di chi è entrato per cercare Simonetta, allora sappiamo che tra la scoperta del corpo e i rilievi qualcosa è stato toccato. Quanto? Che cosa? E soprattutto: possiamo essere certi di averlo ricostruito tutto?
C’è poi il problema dell’orario della morte.
Il medico legale effettua un sopralluogo intorno alle due di notte e visita nuovamente il corpo la mattina seguente.
Carmelo Lavorino contesta da anni il fatto che non siano state rilevate la temperatura del cadavere e quella dell’ambiente, dati che avrebbero potuto contribuire a restringere la finestra temporale della morte.
Nell’intervista concessa a Rai News, il criminologo definisce proprio questa mancanza uno degli errori più gravi commessi all’inizio dell’indagine.
L’orario verrà quindi stimato attraverso altri elementi, tra cui lo stato del corpo e il contenuto gastrico.
Le diverse valutazioni medico-legali, però, produrranno finestre temporali non perfettamente sovrapponibili.
E qui torniamo direttamente alla domanda lasciata aperta nel primo articolo del cluster.
Se non rilevi subito due dati potenzialmente decisivi, puoi provare a ricostruirli dopo attraverso fotografie, testimonianze e calcoli.
Ma non puoi tornare nella stanza alle due di notte del 7 agosto 1990 con un termometro in mano.
Quell’occasione è perduta.
Anche il computer sul quale Simonetta aveva lavorato racconta qualcosa del modo in cui venne gestito il primo sopralluogo.
La sentenza d’Appello riferisce che il dispositivo fu spento accidentalmente dalla polizia giudiziaria intorno all’1:26 dell’8 agosto.
Paradossalmente, proprio quello spegnimento consentì ai tecnici di trovare ancora memoria dell’attività svolta il pomeriggio precedente.
Il computer indicava un avvio alle 16:37, anche se nei modelli dell’epoca data e ora dovevano essere inserite manualmente e non potevano quindi essere considerate infallibili.
Insomma, pure il computer ci offre un dato e contemporaneamente ci consegna il foglietto delle avvertenze.
Ma la questione più delicata riguarda i reperti biologici.
Il reggiseno, il corpetto e i calzini di Simonetta vennero conservati insieme dopo essere stati asciugati.
La sentenza riconosce che la catena di custodia non fu ottimale, pur ritenendo che questo non bastasse a invalidare automaticamente le successive analisi genetiche.
I periti osservarono anche che, durante lo spostamento del corpo, il trasporto in obitorio e la rimozione degli indumenti, il sangue poteva essere passato dal reggiseno al corpetto e ai calzini.
Questo particolare è fondamentale.
Perché trovare una traccia su un determinato capo non significa necessariamente che quella traccia sia stata depositata proprio lì durante l’aggressione.
Può essere originale.
Può essersi trasferita da un altro indumento.
Può essere il risultato delle operazioni compiute sul corpo dopo il ritrovamento.
⚠️ Una traccia biologica non racconta da sola quando è stata lasciata
Le analisi possono indicare la presenza di materiale biologico riconducibile a una persona.
Stabilire quando, come e in quale circostanza quel materiale sia arrivato sul reperto è un problema diverso.
Nel caso di Via Poma questa distinzione è ancora più importante, perché gli indumenti furono spostati, entrarono in contatto con il sangue della vittima e non vennero conservati separatamente secondo gli standard utilizzati oggi.
Gli indumenti, inoltre, riemergono materialmente nel 2004.
Il medico legale che aveva effettuato il sopralluogo e l’autopsia li aveva conservati e, dopo alcune notizie apparse sulla stampa, li consegna nuovamente agli inquirenti.
Proprio quei reperti permetteranno di avviare le analisi genetiche che porteranno anni dopo al processo contro Raniero Busco.
Fermiamoci un secondo.
Dei capi appartenenti alla vittima di uno dei delitti più discussi d’Italia rimangono per anni nella disponibilità del medico legale e tornano al centro dell’indagine nel 2004.

La Corte d’Appello ha ritenuto che, nonostante le criticità, la conservazione non rendesse inutilizzabili tutti i risultati ottenuti.
La difesa di Busco ha invece sollevato dubbi sulla catena di custodia, sul rischio di trasferimento delle tracce e sull’assenza di alcuni controlli di laboratorio.
Anche qui non dobbiamo scegliere la spiegazione più comoda.
Dobbiamo riconoscere entrambe le cose.
I reperti hanno permesso accertamenti che nel 1990 erano impensabili.
Ma il modo in cui furono gestiti impone enorme prudenza quando cerchiamo di trasformare una presenza genetica nella fotografia esatta di ciò che accadde durante l’omicidio.
E questo ci porta al cuore della scena.
Alle ferite di Simonetta.
Alla possibile arma.
E alle diverse ricostruzioni di come l’aggressione potrebbe essere cominciata.
Ed è proprio qui che, per questa volta, mi fermo.
Perché le ferite di Simonetta, la possibile arma e le diverse ricostruzioni dell’aggressione non possono essere liquidate in pochi paragrafi aggiunti alla fine.
Sto studiando e confrontando gli atti, le perizie e le analisi di Carmelo Lavorino per ricostruire anche questa parte senza trasformare un’ipotesi nella verità soltanto perché ci affascina.
Nel prossimo articolo del cluster entreremo quindi nel cuore dell’aggressione: proveremo a capire come potrebbe essere cominciata, che cosa raccontano davvero le ferite e quali caratteristiche dell’assassino possiamo ricavare dalla scena.
E già ve lo dico: tra mano destra, mano sinistra, arma mai ritrovata e ricostruzioni che prendono strade diverse, pure stavolta il caffè corto non basterà. ☕🔎
📚 Continua a leggere
Questo articolo fa parte del cluster dedicato al delitto di Via Poma. Se vuoi ricostruire la storia dall’inizio o continuare a esplorare i grandi casi italiani, puoi leggere anche:
Domande frequenti
Come venne trovata Simonetta Cesaroni?
Simonetta Cesaroni venne trovata senza vita intorno alle 23:30 del 7 agosto 1990, sul pavimento della stanza utilizzata dal direttore dell’AIAG. Era supina, con il capo riverso e le braccia e le gambe divaricate. La stanza appariva relativamente ordinata nonostante la violenza dell’aggressione.
La scena del crimine di Via Poma venne ripulita?
Negli atti vengono descritte, vicino alla testa di Simonetta, impronte rosacee semicircolari indicate come compatibili con una possibile parziale detersione. Carmelo Lavorino e altri studiosi del caso ritengono che una parte della scena possa essere stata pulita, ma non è stato accertato con certezza chi avrebbe compiuto questa operazione né in quale momento.
Di chi era il sangue trovato sulla porta e sul telefono?
Alcune tracce rinvenute sulla porta, sulla maniglia e sulla tastiera del telefono erano di gruppo sanguigno A e non appartenevano né a Simonetta Cesaroni né a Raniero Busco. La Corte d’Appello richiamò il rischio di contaminazione; la Commissione parlamentare e Carmelo Lavorino ritengono invece probabile che almeno alcune di quelle tracce appartenessero all’assassino.
Il sangue trovato nell’ascensore apparteneva a Simonetta?
Una delle due macchie trovate sul vetro dell’ascensore era di gruppo 0 e presentava il marcatore DQAlfa 4/4, caratteristiche compatibili sia con Simonetta sia con Raniero Busco. Secondo la ricostruzione di Lavorino, i periti la attribuirono a Simonetta con una probabilità del 99,53%. La Corte d’Appello considerò però quelle tracce poco affidabili perché scoperte tre settimane dopo il delitto in un luogo frequentato da molte persone.
Che cos’è la teoria del “seminatore ematico”?
Secondo Carmelo Lavorino, le macchie dell’ascensore sarebbero state collocate volontariamente dopo l’omicidio per depistare le indagini. La teoria nasce dalla difficoltà di credere che tracce visibili siano rimaste sul vetro per tre settimane senza essere notate. Non si tratta però di un fatto giudiziariamente accertato.
Perché i primi rilievi di Via Poma sono ancora discussi?
Prima che la scena venisse isolata entrarono diverse persone; non furono rilevate la temperatura del corpo e quella dell’ambiente; alcuni reperti non vennero conservati separatamente secondo gli standard attuali. Queste circostanze non rendono automaticamente inutile ogni prova, ma complicano la possibilità di stabilire quando e come determinate tracce siano state lasciate.
💬 Adesso la domanda passa a te
Tra il sangue di gruppo A, le macchie comparse nell’ascensore dopo tre settimane e i segni di una possibile detersione, la scena di Via Poma ha lasciato più domande che risposte.
Secondo te, quale di queste tracce avrebbe meritato molta più attenzione fin dall’inizio?
Raccontamelo nei commenti. Io intanto continuo a studiare ferite, arma e dinamica dell’aggressione per il prossimo articolo. E tra ipotesi opposte e certezze che certe non erano, sento già che mi dovranno spiegare parecchie cose. 🔎