Davide Pollak ha osservato un particolare nella pozza ematica che potrebbe cambiare il modo di leggere le tracce attribuite ad Alberto Stasi.
Io avrei potuto leggere l’articolo, trovarlo interessante e continuare serenamente la mia giornata.
Avrei potuto.
Ma una delle mie personalità ha deciso che quei solchi nella pozza di sangue meritavano qualche domanda in più. E quando cominciano le domande, ormai lo sapete, per me diventa difficile lasciarle lì.
Tutto è partito dall’articolo pubblicato su Grimaldipress, Garlasco: il sangue già essiccato smentisce la tesi centrale della sentenza, con il contributo tecnico del ricercatore indipendente Davide Pollak.
Grimaldi ha trovato di nuovo il modo di prendermi per mano e accompagnarmi dentro un particolare che, a prima vista, potrebbe sembrare riservato soltanto agli esperti: alcuni solchi visibili nella prima grande pozza di sangue fotografata nella villetta di via Pascoli.
Solo che quei solchi, secondo Pollak, potrebbero raccontare qualcosa di molto importante.
Potrebbero dirci che, nel momento in cui furono prodotti, il sangue non era più completamente fluido.
E qui io mi sono fermata.
Se la pozza aveva già cominciato a essiccarsi, siamo davvero sicuri che Alberto Stasi avrebbe dovuto lasciare le impronte evidenti che per anni abbiamo cercato?
📌 In breve
Davide Pollak sostiene che alcuni solchi fotografati nella pozza di sangue non siano compatibili con sangue ancora completamente fluido. Secondo la sua analisi, la superficie avrebbe già formato una pellicola capace di conservare segni netti senza richiudersi.
Applicando alla scena i dati ricavati dalla letteratura forense, Pollak propone una finestra indicativa di 30–70 minuti dalla formazione della pozza. Se questa lettura fosse confermata, potrebbe spiegare perché il passaggio attribuito ad Alberto Stasi abbia prodotto solchi definiti ma non un abbondante trasferimento di sangue sulle suole.
Non è una conclusione giudiziaria e non dimostra da sola l’innocenza di Stasi. È una nuova interpretazione tecnica di fotografie già esistenti, ma pone una domanda che merita di essere affrontata.
📑 In questo articolo
🩸 Che cosa ha visto Pollak dentro quella pozza
Quando ho letto “sangue già essiccato”, la prima immagine che mi è venuta in mente è stata quella di una pozza ormai completamente asciutta.
Ma non è esattamente questo che sostiene Pollak.
Il centro della sua analisi riguarda la morfologia dei solchi: i loro bordi sarebbero netti, definiti e privi di quel riempimento che ci si aspetterebbe se qualcosa attraversasse una sostanza ancora molto liquida.
Proviamo a immaginarlo in modo semplice.

Se passiamo un dito dentro un liquido, questo tende a scorrere nuovamente nello spazio appena creato. Il segno può attenuarsi, arrotondarsi o richiudersi. Se invece sulla superficie si è già formata una pellicola e la parte sottostante è diventata più viscosa, il solco può rimanere impresso.
Secondo Pollak, nelle fotografie della pozza di Garlasco sarebbe accaduta proprio questa seconda cosa.
Il sangue non sarebbe stato necessariamente secco fino in fondo, ma avrebbe già raggiunto uno stato abbastanza avanzato da conservare la forma di ciò che vi aveva esercitato una pressione.
E quindi quei segni non ci parlerebbero soltanto di che cosa è passato nella pozza. Potrebbero parlarci anche di quando è passato.
Pollak mette a disposizione anche il lavoro tecnico completo sull’essiccazione della pozza, con i parametri utilizzati, le immagini esaminate e gli studi scientifici richiamati.
Quanto tempo deve passare perché una pozza smetta di comportarsi come sangue appena fuoriuscito e cominci a conservare solchi tanto definiti?
⏱️ Quei 30–70 minuti che cambiano la domanda
Per formulare la sua stima, Pollak parte dalle dimensioni della pozza e ipotizza un volume compreso tra 50 e 75 millilitri, distribuito su una superficie non assorbente con uno spessore di circa 1,8 millimetri.
Prende poi in considerazione una temperatura di circa 23,5 °C e un’umidità relativa del 50%.
Applicando questi parametri agli studi sull’essiccazione delle pozze ematiche, colloca tra 30 e 70 minuti il tempo necessario per raggiungere una fase nella quale i solchi possano restare netti e non richiudersi. La fascia che considera più realistica si troverebbe intorno ai 40–50 minuti.
Lo studio non nasce quindi da un’impressione osservando una fotografia. Pollak richiama, tra gli altri, Morphology of drying blood pools di Laan e colleghi e A new forensic tool to date human blood pools di Smith, Nicloux e Brutin.
Questi lavori studiano proprio il modo in cui una pozza cambia nel tempo: prima la coagulazione, poi l’essiccazione dei bordi, l’aumento della viscosità, la formazione della pellicola superficiale e infine la completa essiccazione.
Fin qui sembra tutto molto lineare.
Solo che il sangue, purtroppo per noi e per la nostra voglia di risposte precise, non funziona come il timer del forno.
La velocità di essiccazione può cambiare in base alla quantità, allo spessore, alla temperatura, all’umidità, alla ventilazione, al materiale del pavimento e alle caratteristiche stesse del sangue.
🟡 Mettiamo un punto fermo
I 30–70 minuti non ci consegnano l’ora esatta in cui furono prodotti i solchi.
Rappresentano la finestra proposta da Pollak applicando determinati parametri alla pozza di Garlasco e confrontando le fotografie con la letteratura scientifica.
Per sapere quanto questa stima possa reggere nel caso concreto bisognerebbe verificare il volume effettivo del sangue, lo spessore reale, le precise condizioni ambientali della villetta e soprattutto lavorare sulle fotografie originali.
La tesi, quindi, deve essere verificata. Ma non per questo la domanda che pone diventa meno interessante.
La questione non è stabilire oggi se siano trascorsi esattamente 30, 40 oppure 70 minuti.
La questione è un’altra:
quando quei solchi furono prodotti, la pozza era ancora liquida come è stato a lungo immaginato oppure aveva già cambiato consistenza?
👟 Le tracce a V e quelle impronte che sembravano non esserci
Ed eccoci nel punto in cui un particolare apparentemente tecnico comincia a toccare direttamente il racconto di Alberto Stasi.
Uno dei ragionamenti che hanno pesato nella sua condanna riguarda proprio il percorso compiuto all’interno della villetta.
Stasi disse di essere entrato, di avere attraversato parte della scena e di essersi avvicinato alla scala della cantina. Eppure sulle scarpe consegnate agli investigatori non venne trovato quel sangue che, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe dovuto raccogliere camminando sul pavimento.
Da qui nasce il sospetto che quel percorso non fosse avvenuto come raccontato e che Stasi conoscesse già la scena perché vi era stato durante il delitto.
Negli ultimi mesi, però, sono tornate al centro dell’attenzione alcune geometrie a V visibili nelle fotografie del pavimento. Segni che ricorderebbero la scolpitura delle scarpe Lacoste indossate da Stasi al momento del ritrovamento.
Grimaldi ne aveva già parlato nell’approfondimento Garlasco: tracce con geometrie a V, perché ora fanno tanta paura.
Quelle tracce non sono state attribuite con certezza alle scarpe di Stasi. Il risultato tecnico viene indicato come inconcludente: non permette di confermare la compatibilità, ma neppure di escluderla.
Il problema è che le fotografie del 2007 non furono realizzate pensando a un futuro confronto specifico con quelle suole. Oggi possiamo osservare delle somiglianze, ma non recuperare tutta la documentazione che sarebbe stata necessaria per arrivare a una risposta più solida.

No, un momento, perché questa cosa almeno dobbiamo guardarla bene.
Per anni ci siamo chiesti come fosse possibile che Stasi avesse attraversato la scena senza lasciare impronte riconoscibili.
Adesso abbiamo dei segni che potrebbero ricordare le sue suole, ma non possono essere attribuiti con certezza perché nel 2007 non furono documentati in modo adeguato.
E in più arriva Pollak a dirci che la pozza potrebbe non essere stata più completamente fluida quando quei segni furono lasciati.
E se il problema non fosse che Stasi non lasciò alcuna traccia, ma che quella traccia non venne riconosciuta e studiata quando era ancora possibile farlo?
Su Alberto Stasi, sul racconto del ritrovamento e sulle ragioni che lo portarono al centro dell’inchiesta ho già scritto un altro approfondimento: Garlasco, perché Alberto Stasi diventò il principale sospettato. Se volete ricostruire quel passaggio del caso, vi consiglio di leggerlo.
Qui, invece, restiamo dentro questa pozza. Perché è proprio la sua consistenza a poter cambiare il significato di ciò che vediamo.
⚖️ Il punto della sentenza che questa teoria mette in discussione
Se Stasi fosse entrato davvero soltanto come scopritore, ci si sarebbe aspettati che il suo cammino lasciasse impronte nel sangue ancora fluido e che quel sangue si trasferisse sulle suole.
Le impronte non furono individuate nel modo atteso e le scarpe non mostrarono tracce ematiche evidenti. Questo contribuì a sostenere che il suo racconto non fosse credibile.
La teoria di Pollak interviene esattamente qui.
Se la pozza avesse già formato una pellicola superficiale, una scarpa avrebbe potuto deformarla e lasciare un solco, ma raccogliere molto meno sangue rispetto a quanto accadrebbe attraversando una pozza ancora liquida.
In altre parole, solchi presenti e suole apparentemente pulite potrebbero non essere due elementi incompatibili.
Cioè, ma qua ci rendiamo conto?
Non stiamo parlando di un dettaglio decorativo della scena. Stiamo parlando della possibilità che il sangue si trovasse in uno stato fisico diverso da quello sul quale è stato costruito un ragionamento importante.
Questo non significa che Pollak abbia automaticamente dimostrato che Stasi percorse esattamente il tragitto raccontato. E non significa che le tracce a V appartengano certamente alle sue Lacoste.
Significa, però, che il sillogismo potrebbe non essere più così semplice:
- Stasi disse di avere attraversato la scena;
- non furono trovate le impronte che ci si aspettava;
- quindi Stasi mentì sul proprio ingresso.
Se il sangue era già parzialmente essiccato, l’assenza delle impronte tradizionali attese potrebbe non dimostrare l’assenza del passaggio.
E questa, per me, non è una risposta definitiva. È una crepa dentro una certezza.
🧩 E Chiara quanto tempo rimase vicino alla pozza?
Nell’analisi di Pollak c’è poi un’altra questione che mi ha colpita.
Secondo la sua interpretazione, alcuni solchi potrebbero non essere stati prodotti da una scarpa, ma da parti anatomiche della vittima durante lo spostamento del corpo.
Pollak ipotizza che Chiara possa essere stata trascinata tenendola sotto le ascelle, con la testa sollevata. Osserva infatti che non sarebbero visibili, in quella parte del percorso, segni chiaramente riconducibili allo strisciamento dei capelli.
Se quei solchi furono prodotti dal corpo quando la pozza aveva già cominciato a essiccarsi, si aprirebbe un intervallo tra la formazione della pozza e lo spostamento di Chiara verso la scala della cantina.
Ed ecco un’altra domanda che viene a bussare.
Che cosa accadde durante quell’intervallo?
Pollak prende in considerazione persino la possibilità di un’interazione o di un tentativo di soccorso da parte dell’aggressore.
Questa, però, è la parte più interpretativa della sua ricostruzione. La forma di un solco può forse aiutarci a discutere lo stato del sangue; molto più difficile è ricavarne le intenzioni di chi si trovava in quella casa.
Non sappiamo se ci sia stato un tentativo di soccorso, un’esitazione oppure qualcos’altro. E io non voglio riempire quel vuoto con una storia soltanto perché appare suggestiva.
Ma il vuoto, se la stima dei tempi fosse corretta, rimarrebbe.
📂 E intanto arrivano nuove consulenze
Come se questi solchi non fossero già sufficienti a farci discutere, nelle stesse ore è arrivata un’altra notizia.
Secondo quanto riferito da Carmelo Schininà durante Ignoto X su La7, la difesa di Alberto Stasi avrebbe preparato almeno tre consulenze tecniche.
Una riguarderebbe la rilettura delle intercettazioni di Andrea Sempio del 2017, una le scarpe, la camminata e le impronte, mentre la terza sarebbe dedicata a un nuovo accertamento genetico.
La difesa avrebbe inoltre svolto una nuova indagine difensiva, ancora coperta dal massimo riserbo e considerata, secondo una fonte investigativa citata da Schininà, di “estremo interesse”.
Non sappiamo che cosa contenga e non possiamo collegarla automaticamente allo studio di Pollak. Potrebbero essere due percorsi completamente separati.
Però parliamoci chiaro.
Se nel caso Garlasco tutto fosse stato osservato, documentato e chiarito senza lasciare margini, oggi non avremmo così tanti esperti, consulenti, giornalisti e divulgatori ancora chini sulle fotografie della villetta.
Questo non significa che ogni nuova teoria sia corretta. Non significa neppure che tutte le persone che studiano il caso arriveranno alla stessa conclusione.
Significa che alcuni particolari continuano a chiedere attenzione.
E noi facciamo proprio questo: leggiamo chi quei particolari li cerca, apriamo i documenti che possiamo consultare, confrontiamo ciò che viene sostenuto e poi ci sediamo qui, idealmente davanti a un caffè, a raccontarci le domande che sono rimaste.
☕ La domanda che mi resta davanti
Alla fine, quella che mi porto via dall’analisi di Pollak non è la certezza che il sangue fosse rimasto lì per esattamente 30, 40 oppure 70 minuti.
Non è neppure la certezza che le tracce a V appartengano alle scarpe di Alberto Stasi.
È una domanda molto più semplice.
💭 La domanda scomoda
Se quei solchi erano visibili già nelle fotografie scattate nel 2007, perché lo stato di essiccazione della pozza non è diventato allora uno dei punti centrali dell’analisi?
Perché abbiamo discusso tanto dell’assenza delle impronte di Stasi senza domandarci abbastanza quale tipo di impronta avrebbe potuto lasciare una scarpa su quella pozza, in quello specifico momento?
Forse il lavoro di Pollak sarà confermato. Forse altri esperti contesteranno il volume stimato, i parametri ambientali o l’interpretazione stessa dei solchi.
Va bene così. Anzi, deve funzionare proprio così.
Ma quei segni ormai sono davanti ai nostri occhi. E fingere che non pongano alcuna domanda sarebbe molto meno prudente che provare a capirli.
Perché a volte non serve trovare una nuova traccia.
A volte basta tornare su una fotografia già vista e accorgersi che, per tutto questo tempo, potremmo averle fatto la domanda sbagliata.
Domande frequenti
Pollak sostiene che la pozza fosse completamente secca?
No. Secondo la sua tesi, il sangue avrebbe raggiunto una fase avanzata di gelazione o essiccazione superficiale. Si sarebbe formata una pellicola capace di conservare solchi netti, mentre la parte interna poteva essere ancora umida.
I 30–70 minuti stabiliscono l’orario esatto delle tracce?
No. Sono una finestra indicativa proposta applicando determinati parametri alla pozza. Il tempo reale dipende dal volume, dallo spessore, dalla temperatura, dall’umidità, dalla ventilazione e dalla superficie.
Le tracce a V appartengono sicuramente alle scarpe di Stasi?
No. Le geometrie sono state considerate suggestive rispetto alle suole Lacoste indossate da Stasi, ma gli accertamenti non hanno permesso né di attribuirle con certezza né di escluderne definitivamente la compatibilità.
Questa teoria dimostra che Alberto Stasi è innocente?
No. L’analisi può mettere in discussione uno specifico ragionamento relativo all’assenza delle impronte e allo stato del sangue, ma non basta da sola a ribaltare l’intero quadro processuale.
Adesso ditemi la verità: davanti a quei solchi vi sareste fermati anche voi, oppure una delle mie domande ha appena contagiato anche voi?