Un furgone diventato un’immagine pubblica, i cani molecolari, le scarpe di Yara, il DNA: i dubbi che mi portano a credere nell’innocenza di Massimo Bossetti.
Massimo Bossetti è stato condannato in via definitiva all’ergastolo. Io continuo a guardare ciò che, in questa storia, non riesco a far tornare.
📌 In breve
La condanna di Bossetti è definitiva e si fonda soprattutto sulla traccia genetica attribuita a lui. Questo articolo racconta i punti che continuano a suscitare domande: il video del furgone diffuso alla stampa, la pista seguita dai cani, la scena nel campo, le scarpe di Yara e i nuovi accertamenti chiesti dalla difesa. Le domande non sono prove di innocenza. Sono il motivo per cui voglio raccontare questa storia.
📑 In questo articolo
🌑 Prova a spegnere la luce
Federico Liguori entra nel campo di Chignolo d’Isola, quello in cui il corpo di Yara Gambirasio fu trovato il 26 febbraio 2011. Nel suo video girato anche di sera, la luce permette di distinguere dove mettere i piedi. Quando la spegne, il paesaggio sparisce.
🌑 Fermati lì un momento. Non pensare ancora al DNA, ai processi o ai titoli dei giornali. Guarda quel buio. Cerca con gli occhi un passaggio tra la vegetazione. Prova a capire dove finisce il terreno sotto i piedi e dove cominciano gli ostacoli.
🌑 Io guardo quelle immagini e penso una cosa poco elegante, ma onesta: effettivamente, lì si vede proprio… IL NULLA!
🌑 Poi provo a immaginare la scena che dovrebbe essersi svolta in quel luogo. Una ragazza di tredici anni. Una sera di novembre. Qualcuno che la porta fin lì e la aggredisce. Dove si fermò il mezzo? Da quale punto entrarono nel campo? Yara era cosciente? Camminò, corse, fu trascinata? Come si muovevano e si orientavano nel buio?
Il video di Liguori è stato girato molti anni dopo: non può dirci com’erano esattamente la vegetazione e la luce il 26 novembre 2010. La sentenza di primo grado esamina elementi che collocano il corpo in quel campo per un lungo periodo e considera possibile che almeno parte dell’aggressione sia avvenuta lì. Ma lascia aperti passaggi concreti della dinamica, fra cui il modo in cui Yara vi arrivò. Guardare il luogo rende quei passaggi impossibili da sorvolare.
🌑 Forse qualcuno sa ricostruirli in modo convincente. Io, davanti a quelle immagini, non ci riesco. E non voglio fingere che basti pronunciare la parola «campo» perché la scena diventi chiara.
🚐 Il furgone e lo spettacolo della certezza
C’è un’altra immagine che molti ricordano: il furgone bianco che sembra girare attorno alla palestra di Brembate di Sopra. Per anni, nella memoria pubblica del caso, quel video ha avuto la forza di una scena vista con i propri occhi. Il mezzo è lì. Si muove. Insiste. Sembra raccontare una caccia.
Poi, durante il processo, emerse che il filmato diffuso ai media era un montaggio preparato per la comunicazione alla stampa. Secondo la cronaca dell’udienza riportata da Prima Bergamo, il comandante dei RIS Giampietro Lago parlò di «esigenze di comunicazione». La sentenza di primo grado, nel valutare le immagini delle telecamere, afferma che dalle consulenze video-fotografiche non si potevano ricavare elementi probatori a carico di Bossetti. Questo non risolve da solo la questione del suo alibi o dei suoi spostamenti. Dice però qualcosa di preciso sul valore di quelle immagini come prova.
⚖️ E qui la mia pazienza finisce. Un montaggio pensato per la stampa, in un caso che riguardava una bambina uccisa e un uomo destinato all’ergastolo? È raccapricciante! Il pubblico non assiste a un’udienza con gli atti aperti davanti: vede un video, lo ricorda e finisce per scambiare la sua forza narrativa con la sua forza probatoria.
La distinzione conta. Si possono discutere le singole riprese e gli altri indizi. Ma chi ha visto quel filmato senza sapere come era stato costruito meritava un’informazione limpida. Una storia giudiziaria è già abbastanza difficile da capire senza aggiungerle una regia.
🐕 I cani seguirono una pista. Dove portava?
Yara esce dalla palestra e scompare. È il vuoto attorno al quale si costruisce tutto il resto: nessuno vede con certezza il momento in cui viene portata via.
Durante le ricerche, i cani molecolari seguono una traccia che conduce verso un cantiere a Mapello. Il luogo viene controllato; si fanno accertamenti. Quella pista non trova i riscontri necessari per spiegare la scomparsa. Nella sentenza si legge anche che Bossetti non lavorava in quel cantiere.
🐕 Questo significa che i cani hanno indicato il luogo del delitto? No. Significa che la loro pista dimostra l’innocenza di Bossetti? Nemmeno.
Significa che, nelle prime ore, un percorso investigativo concreto portò altrove. Voglio sapere come fu valutato, perché non ebbe seguito e che cosa restò senza spiegazione. Il lavoro dei cani è un indizio da collocare nella storia, con i suoi limiti. Cancellarlo dal racconto perché non conduce alla conclusione finale rende il racconto più semplice. Non lo rende più fedele.
👟 Le scarpe di Yara e la terra del campo
👟 Torniamo nel campo. Stavolta abbassiamo gli occhi.
Nella sentenza di primo grado si discute anche delle scarpe di Yara. C’era terriccio nelle suole, compatibile con il terreno del luogo. La difesa aveva però richiamato l’attenzione sulle condizioni relativamente pulite di altre parti delle scarpe, fra cui i lacci. Il tema è riemerso nelle osservazioni più recenti dell’avvocato Claudio Salvagni, che sottolinea anche la differenza fra l’interno delle scarpe e lo stato delle calze.
👟 Non scriverò che le scarpe erano «perfettamente pulite»: non è ciò che mostrano gli atti, e quella terra nelle suole esiste. Voglio però capire quanto le loro condizioni aiutino davvero a ricostruire i movimenti di Yara. Se attraversò quel campo, come lo attraversò? Se non lo attraversò sulle proprie gambe, che cosa ci dice il resto delle tracce?
👟 Una scarpa non parla. Ma se la storia che le facciamo raccontare cambia a seconda del particolare che scegliamo di guardare, allora bisogna fermarsi e guardarla tutta.
🧬 Il DNA: la prova centrale e le domande nuove
🧬 So qual è l’obiezione a ogni dubbio che ho sollevato: il DNA.
Sul corpo e sugli indumenti di Yara fu individuata la traccia genetica denominata «Ignoto 1», attribuita a Massimo Bossetti. È la prova centrale della condanna definitiva. Ridurre questo caso al filmato del furgone o al buio del campo sarebbe scorretto: la decisione dei giudici va letta per intero, a cominciare dalla prova genetica esaminata nella sentenza.
🧬 Proprio perché quella prova pesa così tanto, ascolto con attenzione le contestazioni della difesa sulla sua formazione, sulla possibilità di riesaminarla e sull’accesso ai reperti. Ascoltarle non significa dichiararle fondate prima delle verifiche.
Nel servizio di Luigi Pelazza trasmesso da Le Iene il 24 settembre 2026, la difesa presenta nuove letture di alcuni esami sugli indumenti di Yara e torna a contestare aspetti della traccia genetica. Il genetista incaricato dalla difesa ritiene che fotografie di cinque test eseguiti all’epoca possano indicare componenti di liquido seminale; le relazioni ufficiali avevano invece riportato esiti negativi. Oggi questa è una contestazione da verificare, non l’accertamento di una nuova traccia. È prevista per il 5 ottobre un’udienza sulla richiesta di ulteriori esami.
🧬 Mi interessa sapere che cosa possono ancora dire quei reperti. E se una verifica è tecnicamente possibile, voglio che la risposta venga da un esame, con risultati controllabili. Il volume della voce in televisione non cambia il risultato di un test, qualunque sia la voce.
⚖️ Io credo che Bossetti sia innocente. È la mia convinzione, non un fatto accertato. So che esiste una condanna definitiva all’ergastolo; chi legge deve sapere entrambe le cose per capire da dove parlo. Voglio che ogni dubbio che sollevo regga anche davanti a chi la pensa diversamente.
🕯️ Yara resta al centro
In questa storia una ragazza di tredici anni è uscita dalla palestra e non è tornata a casa. Ogni volta che se ne parla, c’è il rischio di trasformarla in una sigla su un reperto, nel nome di un caso, nella figura necessaria per discutere di qualcun altro.
Yara era una persona. Merita rispetto, verità e parole attente.
È anche per questo che torno su quel campo e su quella luce che si spegne. Perché dietro ogni ricostruzione c’è una scena reale che deve essere accaduta in un modo preciso. Qualcuno sa che cosa accadde quella sera. Noi disponiamo di tracce, testimonianze, giudizi, immagini; dobbiamo essere onesti su ciò che ciascuno di questi elementi permette di stabilire.
🌑 Io il buio visto nel video di Liguori non riesco a togliermelo dagli occhi. E non riesco a smettere di chiedermi come si siano mossi lì dentro. È da questa domanda che comincia il mio racconto. Le altre, una alla volta, verranno dopo.
Domande frequenti
Massimo Bossetti è stato condannato in via definitiva
Sì. Massimo Bossetti è stato condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Le contestazioni della difesa raccontate nell’articolo non hanno modificato la condanna.
Il video del furgone era una prova decisiva contro Bossetti
No. Il filmato diffuso alla stampa era un montaggio preparato per la comunicazione. La sentenza di primo grado afferma che dalle consulenze sulle immagini delle telecamere non si potevano ricavare elementi probatori a suo carico.
Le possibili nuove tracce sugli indumenti di Yara sono già state accertate
No. Si tratta di una lettura proposta dalla difesa di fotografie di test eseguiti all’epoca. Le relazioni ufficiali avevano riportato esiti negativi; la difesa chiede nuovi accertamenti.
🕯️ Tu quale passaggio vorresti esaminare più da vicino? Raccontamelo nei commenti: continuerò a seguire questa storia, una domanda alla volta, su Storie & Misteri.