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Mario Meneguzzi: perché il suo nome torna nel caso Orlandi

Chi era Mario Meneguzzi, lo zio tornato al centro del caso Orlandi

Quando Emanuela Orlandi scomparve, il 22 giugno 1983, Mario Meneguzzi non rimase ai margini. Marito di Lucia Orlandi, sorella del padre di Emanuela, entrò immediatamente nelle ricerche e divenne uno dei principali punti di riferimento della famiglia.

Lavorava alla Camera dei deputati, dove era responsabile della buvette, ma nei giorni successivi alla scomparsa assunse un ruolo molto più delicato: rispose ad alcune delle telefonate ricevute in casa Orlandi, parlò con chi sosteneva di avere incontrato Emanuela e si occupò anche dei rapporti con la stampa.

Fu lui, il 22 luglio, ad annunciare pubblicamente la nomina dell’avvocato Gennaro Egidio come legale della famiglia.

Per molto tempo, però, Mario Meneguzzi è rimasto una figura sullo sfondo. Il suo nome compariva nelle ricostruzioni, nelle telefonate e nei primi giorni delle ricerche, senza diventare davvero il centro del racconto.

Poi qualcosa è cambiato.

Documenti riemersi, testimonianze mai dimenticate, vecchi pedinamenti e nuovi accertamenti hanno riportato l’attenzione proprio su di lui.

Il 6 agosto 2026, a quarantatré anni dalla scomparsa di Emanuela, la Commissione parlamentare ha ascoltato nuovamente Giuseppe Catania, il poliziotto che ha raccontato di avere seguito Meneguzzi fino alla casa di famiglia nel territorio di Borgorose. Una parte dell’audizione si è svolta in seduta segreta.

Mario Meneguzzi è morto da anni e non può rispondere alle domande che oggi vengono poste sul suo conto. Proprio per questo, credo sia necessario raccontare la sua storia con estrema prudenza: senza trasformare un sospetto in una colpa, ma anche senza ignorare i punti rimasti oscuri.

Perché gli investigatori decisero di controllarlo? Che cosa cercavano? E perché, dopo oltre quarant’anni, il suo nome continua a tornare nel caso Orlandi?

📌 In breve

Mario Meneguzzi, zio acquisito di Emanuela Orlandi, partecipò attivamente alle ricerche e gestì alcuni dei contatti ricevuti dalla famiglia dopo la scomparsa. A distanza di oltre quarant’anni, testimonianze, vecchi accertamenti investigativi e nuove audizioni hanno riportato il suo nome al centro dell’attenzione. Questo, però, non dimostra un suo coinvolgimento: significa soltanto che nella sua storia esistono ancora domande alle quali gli investigatori stanno cercando una risposta.

Chi era Mario Meneguzzi

Mario Meneguzzi non era un investigatore, un funzionario del Vaticano o un uomo abituato a trattare casi di scomparsa. Era il marito di Lucia Orlandi, sorella di Ercole, e il padre di Pietro, Giorgio e Monica: per Emanuela, semplicemente, lo zio Mario.

Eppure conduceva una vita professionale tutt’altro che anonima. Gestiva la caffetteria di Montecitorio, nel cuore della Camera dei deputati. Un luogo nel quale ogni giorno passavano politici, funzionari e rappresentanti delle istituzioni. In poche parole, serviva il caffè al potere.

È un dettaglio suggestivo, quasi cinematografico, ma dobbiamo stare attenti a non trasformarlo automaticamente in qualcosa di oscuro. Lavorare a Montecitorio non significa conoscere segreti di Stato, così come incontrare persone importanti non dimostra l’esistenza di rapporti riservati. Significa, però, muoversi in un ambiente nel quale relazioni e conoscenze possono avere un peso.

All’interno della famiglia Orlandi doveva essere considerato una persona affidabile e capace di gestire situazioni delicate. Quando Emanuela scomparve, infatti, i suoi genitori gli affidarono un compito enorme: diventare uno dei principali interlocutori con il mondo esterno.

Mario Meneguzzi con Emanuela Orlandi, il Vaticano e Palazzo Montecitorio

Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela Orlandi, tra il Vaticano e Palazzo Montecitorio. Elaborazione grafica Quotidea.

Ed è qui che la figura dello zio comincia a cambiare.

Da familiare impegnato nelle ricerche, Mario Meneguzzi si ritrovò nel punto esatto in cui si incrociavano la disperazione degli Orlandi, l’attenzione della stampa e le telefonate dei presunti rapitori. Non era più soltanto lo zio di Emanuela. Era diventato una delle persone attraverso le quali passavano informazioni, richieste e messaggi.

Una posizione centrale che, inevitabilmente, avrebbe finito per attirare anche l’attenzione degli investigatori.

Il ruolo nelle ricerche e nelle telefonate

Nei giorni successivi alla scomparsa, casa Orlandi smise di essere soltanto una casa. Divenne una specie di centrale operativa improvvisata: telefoni che squillavano, giornalisti, investigatori, uomini dei servizi, segnalazioni e persone che sostenevano di sapere dove fosse Emanuela.

In mezzo a quel caos c’era quasi sempre Mario Meneguzzi.

Fu lui a parlare con alcuni dei misteriosi interlocutori comparsi dopo la scomparsa: prima “Pierluigi”, poi il sedicente “Mario” e infine l’uomo passato alla storia come l’“Amerikano”. Voci diverse, racconti pieni di particolari e una domanda che diventava ogni giorno più dolorosa: Emanuela era davvero nelle loro mani oppure qualcuno stava costruendo una gigantesca messinscena?

Mario Meneguzzi nella ricostruzione Quotidea sul caso Emanuela Orlandi
Mario Meneguzzi, zio di Emanuela Orlandi, ebbe un ruolo importante nelle prime ricerche successive alla scomparsa.

In alcune conversazioni Meneguzzi parlò come se fosse il padre della ragazza. Chiese notizie della “sua bambina”, cercò di capire se stesse bene e tentò di ottenere una prova concreta.

Ascoltare oggi quelle registrazioni fa un certo effetto: dietro la prudenza si sente la tensione di un uomo che deve tenere aperto un dialogo con persone delle quali non conosce né il volto né le reali intenzioni.

La spiegazione della famiglia è semplice e, umanamente, comprensibile. Ercole Orlandi era troppo sconvolto per affrontare continuamente telefonate, giornalisti e presunti rapitori.

Pietro Orlandi ha ricordato che, senza lo zio Mario, suo padre e tutta la famiglia sarebbero stati completamente persi. Meneguzzi era presente, aveva un carattere più pratico e sembrava capace di reggere una pressione che per gli altri era diventata insopportabile.

🔎 Una curiosità emersa dalle mie ricerche

Questa è una faccia della medaglia.

Mentre ricostruivo quei giorni, però, mi sono fermata davanti a una domanda tanto semplice quanto inevitabile: perché proprio lui?

Non perché la presenza di Mario Meneguzzi accanto alla famiglia debba necessariamente nascondere qualcosa. A incuriosirmi è soprattutto la rapidità con cui diventò una figura centrale: parlava con i misteriosi interlocutori, gestiva i rapporti con la stampa e si trovava nel punto esatto in cui convergevano informazioni, richieste e messaggi.

Approfondendo la vicenda, ho scoperto che questa domanda non è soltanto mia. Durante i lavori della Commissione parlamentare, il giornalista Fabrizio Peronaci ha osservato che la scelta di Meneguzzi come portavoce potrebbe essere letta anche nel contesto dell’attenzione che apparati e servizi rivolsero immediatamente alla famiglia Orlandi.

Allo stesso tempo, Peronaci ha precisato di non possedere elementi per affermare che Meneguzzi ne fosse consapevole.

Ed è proprio questa precisazione ad avermi colpita.

Non dimostra un coinvolgimento e non autorizza alcuna conclusione. Apre, però, uno spazio di riflessione: Mario si assunse spontaneamente quel ruolo per proteggere una famiglia distrutta oppure qualcuno, intorno agli Orlandi, comprese che proprio lui avrebbe potuto diventare l’interlocutore più adatto?

È una delle curiosità emerse durante le mie ricerche e ho voluto condividerla con voi, perché in questa storia anche le domande meritano di essere osservate da entrambe le parti, senza trasformarle automaticamente in risposte.

La presenza di Mario al centro delle comunicazioni non dimostra che sapesse qualcosa sulla scomparsa. Potrebbe raccontare semplicemente il tentativo disperato di una famiglia di affidarsi alla persona che, in quel momento, sembrava più lucida.

Ma è altrettanto vero che attraverso di lui passarono telefonate, messaggi, contatti con la stampa e persino la scelta dell’avvocato Gennaro Egidio.

Praticamente tutto passava da zio Mario.

Forse era soltanto l’uomo che provava a tenere insieme una famiglia distrutta. Oppure, senza saperlo, era stato collocato nel punto esatto in cui qualcuno voleva che si trovasse.

E quando, in una storia così complessa, una persona finisce al centro di ogni comunicazione, prima o poi gli investigatori cominciano a guardarla con occhi diversi.

L’alibi del 22 giugno 1983

La sera in cui Emanuela scomparve, Mario Meneguzzi non avrebbe dovuto trovarsi a Roma.

Secondo la ricostruzione fornita dalla famiglia, era nella casa di montagna nella zona di Borgorose, indicata più precisamente come Spedino, vicino a Torano, insieme alla moglie Lucia Orlandi, alla figlia Monica e alla cognata Anna Orlandi.

È questo l’alibi che, per anni, ha tenuto Mario lontano dalla scena della scomparsa.

Ma quando ho provato a ricostruirlo seguendo gli orari, mi sono accorta che la vicenda è meno lineare di come viene spesso raccontata.

Intorno alle 21:30–22:00, Ercole Orlandi telefonò all’abitazione romana dei Meneguzzi. A rispondere fu Pietro Meneguzzi, il figlio di Mario, che gli disse che suo padre si trovava «in montagna». Ercole avrebbe quindi chiamato il numero fisso della casa di villeggiatura, riuscendo a parlare direttamente con il cognato intorno alla mezzanotte.

Quella telefonata rappresenta il punto più concreto dell’alibi: a mezzanotte Mario Meneguzzi risultava raggiungibile nella casa di montagna.

Ricostruzione dell'alibi di Mario Meneguzzi il 22 giugno 1983

La ricostruzione delle telefonate della sera del 22 giugno 1983 e dell’intervallo di circa due ore al centro delle discussioni sull’alibi di Mario Meneguzzi. Elaborazione grafica Quotidea.

Resta, però, un intervallo di circa due ore tra la prima chiamata all’abitazione romana e il momento in cui Ercole riuscì a parlare con lui.

Alcune ricostruzioni recenti hanno definito questo intervallo un “buco nell’alibi”. È una formula suggestiva, forse persino troppo. Quelle due ore non dimostrano che Meneguzzi fosse a Roma e neppure che avesse mentito: indicano soltanto che, nella prima telefonata, Ercole parlò con suo figlio e non direttamente con lui.

Dall’altra parte, però, una telefonata ricevuta a mezzanotte non può certificare automaticamente dove una persona si trovasse durante tutto il pomeriggio e la sera.

Ed è qui che l’alibi cambia natura: non appare pubblicamente smentito, ma nemmeno può essere trasformato in una certezza assoluta soltanto perché quella notte un telefono squillò nel posto giusto.

Mario Meneguzzi rese la propria dichiarazione al giudice istruttore Ilario Martella il 31 ottobre 1985, più di due anni dopo la scomparsa. Disse di essere arrivato nella casa di montagna il pomeriggio del 21 giugno insieme alle tre donne e di avere appreso da Ercole, intorno alla mezzanotte del giorno successivo, che Emanuela non era tornata.

Anche Ercole Orlandi, interrogato il 1° dicembre 1987, confermò di aver cercato il cognato nella casa di campagna perché la famiglia non sapeva più «dove battere la testa».

Le due dichiarazioni coincidono sul punto centrale. Ciò che non possiamo affermare, almeno sulla base degli atti pubblicamente accessibili, è che ogni passaggio dell’alibi sia stato documentato nell’immediatezza dei fatti attraverso verifiche autonome e complete.

Nel 2025 la questione è tornata al centro dell’attenzione mediatica. Si è parlato nuovamente dell’intervallo tra le telefonate, delle case della famiglia nella zona e degli accertamenti compiuti dagli investigatori.

Il 5 maggio 2026 l’ex poliziotto Giuseppe Catania, che raccontò di avere effettuato controlli e pedinamenti su Meneguzzi nella zona di Torano, fu ascoltato per la prima volta dalla Commissione parlamentare.

Secondo quanto riportato dal Corriere, Catania definì quella relativa a Meneguzzi una pista meritevole di approfondimento. Da quella prima audizione, però, non sarebbero emersi riscontri capaci di confermare un suo coinvolgimento.

Il 6 agosto 2026 Catania è stato nuovamente convocato per il seguito dell’audizione, svolta in parte in seduta segreta. Questo conferma che la Commissione sta ancora approfondendo il racconto dell’ex agente, ma non permette di conoscere il contenuto delle dichiarazioni secretate né di anticipare eventuali conclusioni.

🔎 Il punto che non possiamo ignorare

Mario Meneguzzi fu controllato. Il suo alibi presenta aspetti che oggi meritano di essere riletti.

Ma essere controllati non significa essere colpevoli e un intervallo non completamente documentato non diventa automaticamente la prova di una presenza a Roma.

La domanda corretta, allora, non è: Mario Meneguzzi aveva un alibi falso?

La domanda è più scomoda: quanto fu verificato davvero quell’alibi e quanto, invece, abbiamo imparato a considerarlo solido perché nessuno è mai riuscito a smentirlo?

Il racconto di Natalina Orlandi

Per capire perché il nome di Mario Meneguzzi sia tornato così prepotentemente dentro il caso Orlandi, dobbiamo fare un passo indietro. Non al 22 giugno 1983, ma addirittura al 1978.

È Natalina Orlandi, sorella maggiore di Emanuela, a raccontare pubblicamente quell’episodio nel luglio del 2023, dopo che alcune notizie avevano riportato l’attenzione proprio su suo zio.

Natalina all’epoca lavorava insieme a Meneguzzi alla Camera dei Deputati. E racconta che lo zio le fece delle avances verbali, accompagnate anche da qualche piccolo regalo. Una situazione che la mise a disagio, ma che — secondo la sua ricostruzione — terminò quando Meneguzzi comprese che lei non era interessata.

Su un punto Natalina è stata categorica: non ci fu uno stupro. E soprattutto ha sempre respinto l’idea che quell’episodio possa automaticamente trasformare suo zio nell’uomo da cercare dietro la scomparsa di Emanuela.

Anzi, quando le è stato chiesto se Meneguzzi possa aver avuto comportamenti analoghi con sua sorella, la risposta è stata altrettanto netta: lo esclude.

Ed è proprio qui che la storia diventa più complessa.

Perché quell’episodio, che Natalina considerava sostanzialmente chiuso, era conosciuto anche fuori dalla famiglia.

Natalina ha spiegato di averne parlato con il fidanzato dell’epoca e con il proprio confessore. Nel 2023 è emersa l’esistenza di un carteggio nel quale il cardinale Agostino Casaroli, allora Segretario di Stato vaticano, chiedeva informazioni proprio sulle attenzioni che Meneguzzi avrebbe rivolto alla ragazza.

Natalina Orlandi e il racconto sulle attenzioni di Mario Meneguzzi nel caso Emanuela Orlandi

Il racconto di Natalina Orlandi e il carteggio emerso nel 2023 hanno riportato l’attenzione su una vicenda familiare risalente al 1978. Elaborazione grafica Quotidea.

E questa, secondo me, è la parte sulla quale vale davvero la pena fermarsi.

Non perché dimostri un collegamento con la scomparsa di Emanuela — non lo dimostra — ma perché ci racconta che un episodio familiare risalente a cinque anni prima era arrivato a essere conosciuto a livelli molto alti all’interno del Vaticano.

Natalina, inoltre, ha raccontato un altro particolare che rende questa vicenda ancora più singolare: molti anni dopo, il cardinale Angelo Becciu le avrebbe fatto riferimento proprio a quell’episodio. Lei disse di aver vissuto quel richiamo quasi come un ricatto, chiedendosi come potesse conoscere una storia tanto privata.

E allora bisogna stare attenti a non commettere l’errore opposto.

Le avances raccontate da Natalina non sono una prova contro Mario Meneguzzi e non autorizzano a costruire retroattivamente un colpevole. Ma nemmeno possiamo fingere che questa storia non esista, soprattutto oggi che gli investigatori sono tornati a ricostruire ciò che accadde attorno alla famiglia Orlandi.

💭 Una riflessione

Perché il punto non è soltanto ciò che Natalina raccontò di suo zio.

Il punto è capire chi conosceva quella storia, da quando la conosceva e perché, quarant’anni dopo, è tornata improvvisamente dentro l’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela.

E nel prossimo passaggio c’è qualcosa di ancora più concreto delle indiscrezioni emerse nel 2023: qualcuno, Mario Meneguzzi, lo aveva seguito davvero.

I pedinamenti e la casa di Torano

Se fino a questo momento abbiamo parlato di racconti, testimonianze e documenti riemersi molti anni dopo, adesso c’è un elemento molto più concreto.

Mario Meneguzzi fu pedinato.

E non quarant’anni dopo, quando il suo nome è tornato sui giornali. Gli investigatori iniziarono a seguirlo nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela.

A raccontare oggi quei controlli è Giuseppe Catania, all’epoca agente scelto della Polizia di Stato. Il 5 maggio 2026 è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Orlandi-Gregori proprio sulle attività svolte nei confronti dello zio di Emanuela.

E qui torniamo in un luogo che abbiamo già incontrato parlando dell’alibi del 22 giugno: Torano di Borgorose, nel Reatino.

La famiglia disponeva lì di due abitazioni: una lungo la strada principale e un’altra, indicata come “lo chalet”, più isolata e distante circa 500 metri, in aperta campagna.

Secondo quanto Catania ha raccontato alla Commissione, il pedinamento partiva da Roma, da piazza del Parlamento e talvolta dall’abitazione di Meneguzzi. Gli agenti lo seguivano fino a Torano.

Ricostruzione dei pedinamenti di Mario Meneguzzi da Roma a Torano di Borgorose

Il percorso dei pedinamenti raccontati da Giuseppe Catania: da Roma fino alla proprietà della famiglia Meneguzzi nella zona di Torano di Borgorose. Elaborazione grafica Quotidea.

Alla domanda su quante volte fosse accaduto nel mese di giugno, Catania ha risposto: due o tre volte. Poi andò in ferie a luglio e, al suo ritorno a settembre, ricordava che la stessa cosa fosse accaduta ancora.

C’è un particolare che rende questa storia ancora più interessante.

Quando Meneguzzi arrivava alla proprietà, secondo il ricordo dell’ex agente, entrava con l’automobile all’interno e richiudeva il cancello. Catania ha però evitato di ricostruire orari e percorsi che, dopo oltre quarant’anni, non ricordava con certezza.

E questa prudenza è importante.

Perché sarebbe facilissimo trasformare un pedinamento in qualcosa che non è.

Essere seguito dalla polizia non significa essere colpevole. Significa però una cosa precisa: qualcuno, nelle primissime fasi dell’inchiesta, aveva ritenuto Mario Meneguzzi una persona sulla quale effettuare accertamenti.

E questo cambia parecchio la prospettiva.

Per anni Meneguzzi è stato ricordato soprattutto come lo zio che aiutava gli Orlandi, l’uomo che rispondeva al telefono, parlava con i giornalisti e gestiva i contatti con chi sosteneva di avere informazioni su Emanuela.

Contemporaneamente, però, la polizia lo stava osservando.

E c’è un altro episodio.

Durante quelle prime indagini Meneguzzi si accorse che un’automobile lo stava seguendo. Si rivolse allora a Giulio Gangi, giovane agente del Sisde vicino alla famiglia e legato alla figlia Monica. Secondo le ricostruzioni pubblicate negli anni, Gangi verificò la targa e gli rivelò che si trattava di un mezzo riconducibile agli apparati investigativi. In seguito avrebbe detto di essersi pentito di avergli fornito quell’informazione.

In pratica, Meneguzzi seppe di essere sotto controllo.

Ed è difficile non fermarsi un momento su questo passaggio.

Gli investigatori seguono un uomo fino al luogo nel quale quello stesso uomo sosterrà di essersi trovato il giorno della scomparsa di Emanuela. Uno degli agenti incaricati di quei controlli, più di quarant’anni dopo, viene convocato dalla Commissione parlamentare e sostiene che quella pista avrebbe meritato di essere approfondita.

Ma c’è anche l’altra metà della storia, ed è fondamentale raccontarla.

Dall’audizione del maggio 2026, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, non sono emersi riscontri capaci di confermare i sospetti espressi da Catania.

Quindi abbiamo un pedinamento documentato.

Abbiamo Torano.

Abbiamo uno chalet che attirò l’attenzione di chi stava seguendo Meneguzzi.

Abbiamo il racconto, oggi, del poliziotto che partecipò a quegli accertamenti.

Ma non abbiamo una prova che colleghi Mario Meneguzzi alla scomparsa di Emanuela Orlandi.

Ed è proprio questo confine che non voglio superare.

💭 Una riflessione

Perché la domanda interessante non è: Meneguzzi era colpevole?

Con quello che abbiamo, sarebbe una conclusione che nessuno può permettersi.

La domanda, semmai, è un’altra:

se Torano era entrata nel radar degli investigatori già nei primissimi giorni, quanto a fondo venne controllata davvero quella casa?

E per rispondere dobbiamo arrivare a un fatto sorprendentemente recente.

Perché quella proprietà verrà perquisita.

Ma bisognerà aspettare il 2024.

La perquisizione del 2024

E alla fine quella casa venne controllata.

Ma per arrivarci bisogna fare un salto temporale che, personalmente, trovo difficile da ignorare.

Aprile 2024.

Sono trascorsi quasi quarantuno anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi quando i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Roma arrivano nella proprietà di Mario Meneguzzi a Torano di Borgorose, in provincia di Rieti.

La stessa Torano che abbiamo appena incontrato nei ricordi del poliziotto Giuseppe Catania.

La stessa località nella quale Meneguzzi aveva dichiarato di trovarsi il pomeriggio del 22 giugno 1983.

E la stessa nella quale gli investigatori lo avevano seguito nelle settimane successive alla scomparsa di Emanuela.

Questa volta, però, non si tratta di un pedinamento.

C’è un decreto di perquisizione.

Ricostruzione grafica della perquisizione del 2024 nella proprietà di Mario Meneguzzi a Torano di Borgorose

Nel 2024 gli investigatori tornarono nella proprietà di Mario Meneguzzi a Torano di Borgorose, quarantuno anni dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi. Elaborazione grafica Quotidea.

Ed è proprio quel documento a rendere questo passaggio molto più delicato di quanto possa sembrare.

Perché, secondo quanto emerso nel dicembre 2025, nel decreto la Procura di Roma indicava quella relativa a Mario Meneguzzi come un’“ipotesi investigativa, ma non l’unica” riguardante il suo possibile coinvolgimento nella sparizione della nipote.

Fermiamoci un secondo sulle parole.

Non c’è scritto che Meneguzzi sia responsabile della scomparsa di Emanuela.

Non c’è scritto che la Procura abbia trovato la prova che per quarant’anni sarebbe sfuggita a tutti.

C’è scritto qualcosa di diverso, ma comunque importante: la pista Meneguzzi è stata presa in considerazione dagli inquirenti nell’ambito della nuova indagine.

E per verificarla si è arrivati fino alla proprietà di Torano.

La cosa ancora più sorprendente è che, quando quella perquisizione venne eseguita nell’aprile 2024, noi non ne sapevamo nulla.

Il provvedimento rimase sconosciuto all’esterno per più di un anno e mezzo. La notizia sarebbe emersa pubblicamente soltanto il 5 dicembre 2025, attraverso un’inchiesta di Giuseppe Scarpa su la Repubblica, ripresa poi da altre testate.

Nel frattempo, però, qualcosa attorno alla famiglia Meneguzzi si stava già muovendo.

Nel febbraio 2024 la Procura aveva ascoltato Pietro, Giorgio e Monica Meneguzzi, i tre figli di Mario. Erano state sentite anche Natalina, Federica e Maria Cristina Orlandi. A maggio dello stesso anno Pietro Orlandi rese pubblicamente noto che agli interrogati erano state rivolte numerose domande proprio su Mario Meneguzzi.

C’è quindi una sequenza che vale la pena guardare tutta insieme.

Prima vengono ascoltati i figli di Meneguzzi.

Poi, nell’aprile 2024, viene perquisita la proprietà di Torano.

E tutto questo avviene mentre la Procura di Roma sta riesaminando una vicenda che sembrava aver già percorso praticamente ogni strada possibile.

Ma c’è una cosa sulla quale dobbiamo essere molto rigorosi.

Le fonti pubbliche che ho potuto verificare non permettono di stabilire con precisione che cosa gli investigatori stessero materialmente cercando all’interno della proprietà, né consentono, sulla base delle informazioni oggi disponibili, di affermare che sia stata trovata una prova capace di collegare Meneguzzi alla scomparsa di Emanuela.

Ed è una distinzione enorme.

Perché una perquisizione racconta che esiste un’ipotesi da verificare.

Non racconta il risultato di quell’ipotesi.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più strano di tutta questa parte della storia.

Mario Meneguzzi è morto da anni. Non può rispondere alle domande degli investigatori, spiegare eventuali incongruenze o difendersi personalmente dai sospetti che oggi vengono riesaminati.

Eppure, più di quarant’anni dopo quella sera di giugno, gli inquirenti sono tornati proprio lì.

A Torano.

💭 Una riflessione

Non mi sorprende che una Procura verifichi una pista. È esattamente quello che dovrebbe fare.

Quello che mi colpisce è il tempo.

Se Mario Meneguzzi veniva pedinato già nel 1983, se Torano era già conosciuta dagli investigatori e se quella località era legata anche al suo alibi per il giorno della scomparsa, la domanda che mi viene spontanea è molto semplice:

perché una perquisizione di quella proprietà arriva soltanto nel 2024?

Forse la risposta è nei nuovi elementi acquisiti dalla Procura. Forse nelle vecchie carte rilette con occhi diversi. Oppure questa verifica servirà semplicemente a escludere definitivamente una pista.

Questo, oggi, non possiamo saperlo.

Ma possiamo dire una cosa: Mario Meneguzzi non è tornato nella storia di Emanuela soltanto perché il suo nome è ricomparso sui giornali.

È tornato perché qualcuno ha deciso di riaprire i fascicoli, ascoltare nuovamente la sua famiglia e arrivare, quarantuno anni dopo, fino alla casa di Torano.

Ed è da qui che nasce la domanda del prossimo capitolo:

perché proprio adesso il nome di Mario Meneguzzi è tornato così prepotentemente al centro dell’attenzione?

Perché il nome di Meneguzzi torna oggi

A questo punto possiamo rispondere alla domanda con cui abbiamo chiuso il capitolo precedente.

Perché Mario Meneguzzi torna proprio oggi?

La risposta più corretta, in realtà, è che non è tornato una volta sola.

Il suo nome è riemerso a ondate, e ogni volta per una ragione diversa.

La prima grande riapparizione pubblica arriva nel luglio 2023, quando viene reso noto un carteggio vaticano risalente al 1983. In quelle carte compare l’episodio delle avances raccontate da Natalina Orlandi, del quale abbiamo parlato prima.

Ed è lì che succede qualcosa di inevitabile.

Si comincia a rileggere Mario Meneguzzi non più soltanto come lo zio che aiutava la famiglia, ma come una figura sulla quale tornare a fare domande.

La reazione degli Orlandi fu durissima.

Natalina intervenne pubblicamente per ridimensionare ciò che era stato raccontato: parlò di avances verbali risalenti al 1978, escluse uno stupro e soprattutto disse di escludere che lo zio avesse avuto comportamenti analoghi con Emanuela.

Pietro Orlandi andò ancora oltre: interpretò quella che veniva presentata come una possibile pista familiare come un modo per spostare l’attenzione dal Vaticano.

Questa posizione della famiglia è importante.

Perché in questa storia abbiamo qualcosa che può sembrare quasi paradossale: mentre dall’esterno cresce l’attenzione su Mario Meneguzzi, le persone che lo conoscevano più da vicino continuano a difenderlo.

Natalina, ancora nel 2023, ricordava quanto fosse stato importante nei giorni successivi alla scomparsa di sua sorella: mentre i genitori erano travolti da quello che stava accadendo, Meneguzzi e altre persone erano lì ad aiutare concretamente la famiglia. E alla domanda se in quarant’anni avesse mai avuto dubbi su di lui, la sua posizione rimaneva netta.

Poi arriva il 2024.

E qui il livello cambia.

Non siamo più soltanto davanti a documenti raccontati dai giornali.

Come abbiamo appena visto, la Procura ascolta membri delle famiglie Orlandi e Meneguzzi e nell’aprile di quell’anno viene eseguita la perquisizione della proprietà di Torano.

Ma quella perquisizione rimane segreta.

Il pubblico scoprirà che è avvenuta soltanto il 5 dicembre 2025.

Ed è in quel momento che emerge il particolare probabilmente più importante di tutti: nel decreto di perquisizione il possibile coinvolgimento di Meneguzzi viene indicato come “ipotesi investigativa, ma non l’unica”.

Quelle ultime quattro parole non sono un dettaglio.

“Ma non l’unica.”

Significano che sarebbe sbagliato raccontare oggi l’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela come se la Procura avesse improvvisamente deciso che Mario Meneguzzi fosse la soluzione del caso.

Non è questo ciò che dicono gli atti resi pubblici.

Dicono che quella è una delle ipotesi che gli investigatori hanno deciso di verificare.

E poi arriviamo al 2026.

Il 5 maggio Giuseppe Catania, il poliziotto che nel 1983 partecipò ai controlli e ai pedinamenti di Meneguzzi, viene ascoltato per oltre due ore dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

Catania torna a parlare di Torano e sostiene che, a suo giudizio, quella pista avrebbe meritato un approfondimento.

Ed eccoci qui.

Nel giro di tre anni sono tornati fuori:

  • il racconto di Natalina;
  • il carteggio vaticano;
  • i vecchi accertamenti su Meneguzzi;
  • Torano;
  • la perquisizione del 2024;
  • e infine il poliziotto che quarantatré anni dopo viene chiamato davanti alla Commissione a raccontare quei pedinamenti.

Presi singolarmente, questi elementi raccontano storie diverse.

Messi uno accanto all’altro spiegano perché oggi stiamo nuovamente parlando di Mario Meneguzzi.

Ma c’è un rischio: prendere quarant’anni di frammenti, avvicinarli abbastanza e convincerci che formino necessariamente un’unica immagine.

Non funziona così. Un pedinamento, una testimonianza e una perquisizione hanno significati diversi. Ed è proprio per questo che, prima di trarre qualsiasi conclusione, dobbiamo separarli.

💭 Prima di andare oltre

È proprio per questo che, prima di arrivare alla mia riflessione finale su Mario Meneguzzi, credo sia necessario fare una cosa che in casi come questo viene fatta troppo poco:

mettere ordine.

Separare quello che sappiamo da quello che ci è stato raccontato.

E soprattutto separare entrambi da ciò che, almeno per ora, rimane soltanto un’ipotesi.

Perché quando si parla di una persona che non può più rispondere alle accuse o ai sospetti che la riguardano, questa distinzione non è soltanto una questione di precisione.

È una questione di correttezza.

Ed è esattamente quello che faremo nel prossimo capitolo: fatti, testimonianze e ipotesi.

Fatti, testimonianze e ipotesi

Arrivati fin qui, è facile capire perché il nome di Mario Meneguzzi continui a generare domande.

Abbiamo attraversato documenti del 1983, ricordi riemersi dopo quarant’anni, pedinamenti, dichiarazioni familiari, una perquisizione rimasta a lungo sconosciuta e una Commissione parlamentare che ancora oggi sta cercando di ricostruire ciò che accadde.

Ma proprio perché gli elementi sono tanti, c’è una cosa che non voglio fare.

Metterli tutti sullo stesso piano.

Perché non hanno tutti lo stesso valore.

Infografica su fatti, testimonianze e ipotesi riguardanti Mario Meneguzzi nel caso Emanuela Orlandi

Fatti documentati, testimonianze e ipotesi non hanno lo stesso valore: una domanda non è una prova. Elaborazione grafica Quotidea.

Quello che possiamo considerare documentato

Ci sono alcuni punti fermi: Mario Meneguzzi ebbe un ruolo importante nelle ricerche e nella gestione delle telefonate ricevute dalla famiglia; nel 1983 fu sottoposto a controlli e pedinamenti che arrivarono fino a Torano di Borgorose; nel 2024 la proprietà venne perquisita nell’ambito della nuova indagine della Procura di Roma.

Nel decreto, secondo quanto successivamente emerso, quella relativa a Meneguzzi veniva indicata come un’“ipotesi investigativa, ma non l’unica”. Nel 2026, inoltre, Giuseppe Catania è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare proprio sugli accertamenti svolti nel 1983.

Questi sono i fatti dai quali possiamo partire.

Quello che ci viene raccontato

Poi ci sono le testimonianze. Natalina Orlandi ha raccontato le avances verbali ricevute dallo zio nel 1978, escludendo però sia uno stupro sia comportamenti analoghi nei confronti di Emanuela.

Giuseppe Catania ha invece ricostruito i pedinamenti ai quali partecipò nel 1983 e ha espresso il convincimento che quella pista avrebbe meritato maggiore approfondimento.

Sono testimonianze importanti, ma devono essere lette per ciò che sono: racconti che possono contribuire alla ricostruzione dei fatti, non prove automatiche di una responsabilità.

Quello che rimane un’ipotesi

Ciò che invece non è stato accertato pubblicamente è un coinvolgimento di Mario Meneguzzi nella scomparsa di Emanuela.

Non sappiamo che cosa gli investigatori cercassero materialmente a Torano nel 2024 né, sulla base delle informazioni oggi disponibili, risulta emersa da quella perquisizione una prova capace di collegarlo alla sparizione della nipote.

Ed è qui che la distinzione diventa fondamentale: un elemento investigativo può giustificare nuove domande senza essere, per questo, la risposta.

E poi ci sono le domande

Ed è qui, forse, che Mario Meneguzzi diventa davvero interessante per chi cerca di comprendere il caso Orlandi.

Non perché abbiamo trovato il colpevole che sarebbe rimasto nascosto per quarant’anni.

Non lo abbiamo trovato.

Ma perché rimangono domande legittime.

  • Perché venne pedinato?
  • Quale fu esattamente l’esito di quei controlli?
  • Quanto approfonditamente vennero verificate all’epoca le proprietà di Torano?
  • Perché nel 2024 la Procura ritenne necessario tornarci con una perquisizione?
  • Quali elementi portarono gli investigatori a indicare quella di Meneguzzi come una delle ipotesi da verificare?

A queste domande non voglio dare risposte che i documenti, almeno per ora, non ci permettono di dare.

Dopo aver passato così tanto tempo dentro questa storia, però, una cosa per me è diventata abbastanza chiara:

💭 Il punto

Il mistero non si risolve riempiendo i vuoti con ciò che immaginiamo.

Si risolve, se mai sarà possibile farlo, cercando ciò che manca.

La mia riflessione

Più approfondivo la storia di Mario Meneguzzi, più mi rendevo conto di quanto fosse facile cadere in una trappola.

Decidere prima chi fosse e leggere tutto il resto di conseguenza.

Se lo guardiamo come lo zio che per settimane aiutò disperatamente la famiglia Orlandi, ogni elemento sospetto può sembrarci irrilevante.

Se invece lo guardiamo come l’uomo pedinato dalla polizia, quello delle avances raccontate da Natalina e della casa perquisita quarantuno anni dopo, rischiamo di fare esattamente l’opposto: trasformare ogni dettaglio in un indizio.

Io non credo che nessuna delle due strade sia quella giusta.

Mario Meneguzzi merita di essere raccontato per quello che emerge dai documenti e dalle testimonianze, comprese le contraddizioni e le domande scomode.

Ma Emanuela merita ancora di più che quelle domande vengano poste.

Ed è forse questo il punto che mi rimane addosso dopo aver ricostruito questa storia.

Perché possiamo discutere all’infinito se la pista Meneguzzi sia solida, debole, tardiva o addirittura completamente sbagliata.

Ma c’è una domanda precedente a tutte le altre.

Nel 1983 fu fatto davvero tutto ciò che poteva essere fatto?

Quando scopro che un uomo veniva pedinato nelle settimane immediatamente successive alla scomparsa di una ragazza e che quarantuno anni dopo gli investigatori tornano in uno dei luoghi collegati a quei pedinamenti con un decreto di perquisizione, io non penso automaticamente: allora era lui.

Penso qualcosa di molto più semplice.

Perché ci siamo tornati dopo quarantuno anni?

Ed è una domanda che non riguarda soltanto Mario Meneguzzi.

Riguarda un’indagine nella quale, nel corso dei decenni, abbiamo visto comparire terroristi internazionali, servizi segreti, criminalità romana, piste vaticane, telefonate anonime, documenti, testimonianze e ricostruzioni che spesso sembravano portarci ogni volta in una direzione diversa.

Forse alcune di quelle strade erano giuste.

Forse altre non portavano da nessuna parte.

Ma ogni volta che emerge un elemento che era già conosciuto nel 1983 e che viene approfondito seriamente soltanto decenni dopo, credo sia legittimo chiedersi quanto tempo sia stato perso.

E qui voglio essere molto chiara.

Non sto dicendo che Mario Meneguzzi fosse coinvolto nella scomparsa di Emanuela.

Non abbiamo gli elementi per dirlo.

E proprio perché lui non è più qui per rispondere, credo sarebbe profondamente scorretto trasformare domande ancora aperte in accuse.

Ma troverei altrettanto scorretto fare l’operazione opposta: evitare quelle domande soltanto perché sono scomode.

Perché al centro di questa storia non dovrebbe esserci la necessità di difendere una pista o demolirne un’altra.

Dovrebbe esserci Emanuela.

Una ragazza di quindici anni uscita di casa il 22 giugno 1983 e mai più tornata.

💭 Quello che dobbiamo a Emanuela

E dopo più di quarant’anni, forse le dobbiamo almeno questo:

non scegliere la versione della storia che ci piace di più.

Non innamorarci di una teoria.

Non cercare un colpevole a tutti i costi.

Continuare a fare domande.

Anche quando le risposte potrebbero portarci in un posto completamente diverso da quello che avevamo immaginato.

Domande frequenti

Chi era Mario Meneguzzi?

Mario Meneguzzi era lo zio acquisito di Emanuela Orlandi, marito di Lucia Orlandi, sorella del padre di Emanuela. Dopo la scomparsa della ragazza ebbe un ruolo importante nell’aiutare la famiglia, occupandosi anche delle telefonate e dei contatti che arrivavano a casa Orlandi.

Mario Meneguzzi venne indagato per la scomparsa di Emanuela Orlandi?

Le informazioni pubblicamente disponibili non consentono di affermare che Mario Meneguzzi sia stato formalmente accusato della scomparsa di Emanuela. Sappiamo però che già nel 1983 fu sottoposto a controlli e pedinamenti e che, nell’ambito della nuova indagine della Procura di Roma, quella relativa a Meneguzzi è stata indicata come un’“ipotesi investigativa, ma non l’unica”.

Perché Mario Meneguzzi veniva pedinato?

È documentato che Meneguzzi venne seguito dagli investigatori nelle settimane successive alla scomparsa di Emanuela, anche fino a Torano di Borgorose. Le informazioni pubblicamente disponibili, però, non permettono di stabilire con certezza quale fosse la ragione specifica di quei controlli né quale conclusione produssero. Il pedinamento dimostra che erano in corso accertamenti sulla sua figura, non che fosse stata provata una sua responsabilità.

Che cosa raccontò Natalina Orlandi su Mario Meneguzzi?

Natalina Orlandi ha raccontato che nel 1978 Meneguzzi le fece delle avances verbali e le portò alcuni piccoli regali. Ha però escluso che ci fosse stato uno stupro e ha dichiarato di non ritenere che lo zio avesse avuto comportamenti analoghi nei confronti di Emanuela.

Perché la proprietà di Meneguzzi a Torano venne perquisita nel 2024?

Nell’aprile 2024 i Carabinieri eseguirono una perquisizione nella proprietà di Mario Meneguzzi a Torano di Borgorose nell’ambito della nuova indagine sulla scomparsa di Emanuela. L’esistenza del provvedimento divenne pubblica soltanto nel dicembre 2025. Le informazioni oggi disponibili non permettono di stabilire con precisione che cosa gli investigatori cercassero materialmente nella proprietà né consentono di affermare che dalla perquisizione sia emersa una prova capace di collegare Meneguzzi alla scomparsa di Emanuela.

Fonti e approfondimenti

Per ricostruire la figura di Mario Meneguzzi ho confrontato atti e fonti istituzionali con agenzie di stampa, ricostruzioni giornalistiche e approfondimenti indipendenti. Come sempre su Quotidea, una fonte che pone una domanda o propone un’interpretazione non viene trattata automaticamente come prova.

Fonti principali

Inchieste e approfondimenti

Il mio consiglio, soprattutto in un caso complesso come quello di Emanuela Orlandi, è di non fermarsi mai a una sola ricostruzione. Confrontare fonti, documenti e interpretazioni diverse è spesso il modo migliore per capire dove finiscono i fatti e dove iniziano le ipotesi.

💬 Tu da dove ripartiresti?

Dopo più di quarant’anni, il caso di Emanuela Orlandi continua a restituirci documenti, testimonianze e domande che sembravano appartenere al passato.

Nel caso di Mario Meneguzzi abbiamo incontrato un alibi discusso, i pedinamenti del 1983, Torano, il racconto di Natalina e una perquisizione arrivata quarantuno anni dopo.

Ma nessuno di questi elementi, da solo, ci autorizza a trasformare un’ipotesi in una certezza.

Se fossi tu a dover riprendere in mano questo fascicolo, da quale elemento ripartiresti?

Raccontamelo nei commenti. Non cerchiamo una sentenza: proviamo a ragionare insieme sui fatti.

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