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Garlasco, Cara Chiara Perdonaci

Garlasco: cara Chiara, perdonaci

Oggi è il 13 agosto. Sono trascorsi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi e, ancora una volta, televisioni, giornali e social tornano a parlare del caso Garlasco.

In questi mesi abbiamo cercato di comprendere perché Alberto Stasi sia stato condannato, quali elementi abbiano portato a vedere Andrea Sempio nuovamente indagato e perché persino alcuni particolari apparentemente marginali, come l’Estathé fotografato nella pattumiera, continuino a sollevare interrogativi.

Abbiamo parlato di prove, errori, sospetti e ricostruzioni. Ma intorno al delitto si è sviluppato anche un racconto mediatico che rischia continuamente di superare il confine tra informazione e spettacolo. Nel maggio 2026 persino il Garante per la protezione dei dati personali ha richiamato i media contro la spettacolarizzazione morbosa del caso, ricordando la necessità di rispettare la dignità della vittima e dei suoi familiari.

Oggi, allora, vogliamo fermarci. Perché dietro tutto questo rumore c’è una ragazza alla quale qualcuno ha sottratto non soltanto la vita, ma anche il diritto di scegliere il proprio futuro.

Questa non è un’analisi e non vuole aggiungere un’altra ipotesi alle tante già formulate. È semplicemente una lettera a Chiara.

💌 Cara Chiara

Oggi è il 13 agosto.

Sono trascorsi diciannove anni da quando qualcuno ha deciso che tu non avresti più avuto un domani.

Eppure oggi parleremo ancora del “caso Garlasco”. Pronunceremo i nomi di chi è stato condannato, di chi è indagato, di chi accusa e di chi si difende. Discuteremo di scontrini, impronte, DNA, biciclette, telefonate e consulenze.

Parleremo ancora di tutti.

E forse, ancora una volta, parleremo troppo poco di te.

Scusaci, Chiara.

Scusaci perché abbiamo imparato a conoscere ogni dettaglio della tua morte, ma sappiamo ancora troppo poco della tua vita. Ricordiamo gli orari, le tracce e i reperti, mentre rischiamo di dimenticare che, prima di diventare “la vittima del delitto di Garlasco”, eri semplicemente una ragazza di ventisei anni.

Avevi un lavoro, degli affetti, delle abitudini e un futuro ancora da scrivere. Avresti potuto fare carriera, cambiare strada, innamorarti, costruire una famiglia oppure scegliere una vita completamente diversa da quella che gli altri avrebbero immaginato per te.

Non possiamo sapere che cosa avresti desiderato. Ed è proprio questo il punto: qualcuno non ti ha sottratto soltanto gli anni che non hai vissuto, ma anche il diritto di scegliere la donna che saresti diventata.

Ti è stato negato ciò che noi consideriamo così normale da non accorgerci più di quanto sia prezioso: svegliarsi il giorno dopo, fare progetti, cambiare idea, commettere errori, ricominciare.

Intorno alla tua morte, nel frattempo, abbiamo costruito un rumore enorme.

Ci siamo divisi tra colpevolisti e innocentisti come se dovessimo sostenere una squadra. Abbiamo seguito processi, assoluzioni, condanne e nuove indagini. Abbiamo ascoltato esperti che si contraddicono e persone convinte di possedere finalmente la verità.

Nel mezzo avresti dovuto esserci tu.

Invece sei rimasta sullo sfondo, nascosta dalla storia costruita intorno alla tua morte. Il tuo nome è diventato il modo con cui introduciamo quelli degli altri: chi è stato condannato, chi è tornato sotto indagine, chi vuole difendersi e chi rivendica di aver capito tutto prima degli altri.

Ma questa non è una gara. Non esistono vincitori in una storia nella quale una ragazza di ventisei anni è stata uccisa con una violenza inaudita.

E non possiamo attribuire ogni responsabilità soltanto a chi appare in televisione.

La responsabilità appartiene anche a noi.

A noi che apriamo immediatamente un articolo quando leggiamo la parola “svolta”. A noi che aspettiamo l’intercettazione, la fotografia o il dettaglio capace di cambiare tutto. A noi che conosciamo ormai i nomi di investigatori, consulenti, avvocati e opinionisti, mentre della tua vita ricordiamo soprattutto il modo in cui è terminata.

A noi che commentiamo, scegliamo da che parte stare e, qualche volta, trattiamo la morte di una persona come una serie televisiva della quale attendiamo il nuovo episodio.

Diciamo di cercare giustizia per te. Ma quante volte, mentre lo facciamo, ci fermiamo davvero a pensarti?

Quante volte ci domandiamo chi fossi, anziché domandarci soltanto chi ti abbia uccisa?

Anche noi di Quotidea abbiamo scritto molto sul tuo caso. Abbiamo esaminato prove, incongruenze e domande ancora senza risposta. Abbiamo cercato di distinguere i fatti dalle ipotesi e di non trasformare un sospetto in una condanna.

Ma neppure questo ci assolve.

Anche noi abbiamo pronunciato il tuo nome per parlare degli altri. Abbiamo osservato quella mattina minuto dopo minuto, rischiando di perdere di vista tutti gli anni che avrebbero dovuto seguirla.

La tua casa è diventata “la villetta di via Pascoli”, quasi fosse sempre stata una scena del crimine e non il luogo nel quale vivevi. I tuoi oggetti sono diventati reperti, le tue abitudini sono state analizzate e il dolore della tua famiglia è stato osservato e giudicato da persone che non possono sapere che cosa significhi convivere per diciannove anni con la tua assenza.

Gli altri hanno potuto raccontarti, interpretarti e parlare al posto tuo.

Tu non hai mai potuto correggere nessuno.

Non hai potuto dire: “Non ero così”. Non hai potuto spiegare che cosa amassi, che cosa ti facesse ridere o quale futuro immaginassi. Non hai potuto difenderti dalle parole pronunciate su di te.

Forse non abbiamo neppure il diritto di chiederti di perdonarci. Possiamo soltanto chiederti scusa e provare a cambiare il modo in cui raccontiamo la tua storia.

Scusaci per le ipotesi trasformate in certezze e per le sentenze emesse davanti a uno schermo.

Scusaci per chi ha utilizzato il tuo nome per conquistare pubblico, difendere la propria reputazione o dimostrare di avere ragione.

E scusaci noi, che abbiamo continuato a guardare, cliccare e commentare, permettendo che la tua morte diventasse uno spettacolo dal quale attendere continuamente qualcosa di nuovo.

Oggi, però, non vogliamo scegliere tra una teoria e l’altra. Non vogliamo parlare di chi sia colpevole, di chi sia innocente o di quale consulenza possa smentire la precedente.

Oggi vogliamo ricordare una cosa semplice.

Il 13 agosto 2007 non è nato il caso Garlasco. Il 13 agosto 2007 è finita la vita di Chiara Poggi.

È da questa frase che dovremmo ripartire ogni volta.

Noi continueremo a cercare di capire e a raccontare gli sviluppi quando vi saranno fatti nuovi e verificabili. Ma oggi ci fermiamo, perché abbiamo bisogno di ricordare per chi dovrebbe essere cercata la verità.

A me piace spesso immaginarti lontana da tutto questo.

Mi piace pensare che tu sia da qualche parte a danzare in mezzo alle stelle, finalmente libera dal rumore, dalle accuse, dalle telecamere e dalle parole di chi continua a parlare al posto tuo.

È un’immagine dolce, quasi consolante.

Poi guardo i titoli dei giornali. Ascolto le trasmissioni, le ricostruzioni e le persone che sostengono di conoscere la verità. E allora, nella mia mente, quella danza diventa improvvisamente triste.

Ti immagino mentre ti volti verso di noi.

Tu conosci ogni risposta che cerchiamo. Sai chi ti ha tolto la vita e che cosa accadde quella mattina. Potresti pronunciare le poche parole necessarie a mettere fine a diciannove anni di domande, sospetti, errori e dolore.

Forse vorresti gridarcele.

Forse vorresti attraversare per un solo istante tutto questo rumore e raccontarci finalmente la verità.

Ma non puoi.

E pensare che l’unica persona capace di rispondere a ogni nostra domanda sia proprio quella alla quale nessuno potrà più rivolgerla, porta con sé una tristezza immensa.

Noi restiamo qui a discutere.

Tu continui a danzare in silenzio.

Perciò, almeno oggi, vorremmo abbassare le nostre voci. Fare abbastanza silenzio da ricordare che questa storia, prima di appartenere a chi la racconta, apparteneva a te.

Continua a danzare tra le stelle, Chiara.

E scusaci se, parlando continuamente di Garlasco, abbiamo finito troppe volte per dimenticare te.

Una risposta a “Garlasco, Cara Chiara Perdonaci”

  1. Io penso che chi ha scritto questo messaggio sia molto profondo perché è giusto dire che quel maledetto giorno è morta una giovane donna ancora proiettata nel suo futuro che purtroppo non avrà

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