Ormai lo facciamo quasi senza pensarci. Ci serve qualcosa, prendiamo il telefono, confrontiamo due prezzi e, nel tempo di finire il caffè, l’ordine è già partito.
È comodo? Certo che sì. Io per prima non posso raccontarvi che ricevere un pacco direttamente a casa sia una tragedia. Sarebbe poco credibile e anche piuttosto ipocrita.
Però poi usciamo, camminiamo nelle nostre strade e troviamo un’altra saracinesca abbassata, un’insegna sparita o un locale che rimane vuoto per mesi. E allora la domanda viene quasi da sola: quanto stanno cambiando le nostre città insieme al nostro modo di fare acquisti?
Le nuove elaborazioni diffuse da Confesercenti il 5 settembre 2026 provano a dare una misura economica a questa trasformazione. Tra il 2019 e il 2025 sarebbero scomparse oltre 111 mila imprese del commercio al dettaglio, mentre circa 16,7 miliardi di euro di consumi avrebbero lasciato i circuiti economici locali.
Ma attenzione: questa non è una storia in cui internet fa il cattivo e il negozio sotto casa interpreta la vittima innocente. La realtà è molto più interessante e, come spesso accade, anche più complicata.
📌 In breve
Tra il 2019 e il 2025 in Italia sono scomparse oltre 111 mila imprese del commercio al dettaglio. Secondo le stime di Confesercenti, la riduzione dei negozi fisici e lo spostamento degli acquisti verso i grandi marketplace internazionali avrebbero fatto uscire circa 16,7 miliardi di euro dai circuiti economici locali. L’e-commerce, però, non è necessariamente un nemico: può diventare una grande opportunità quando permette anche alle piccole attività di vendere online, raggiungere nuovi clienti e unire il negozio fisico agli strumenti digitali.
📑 In questo articolo
🛍️ Quanti negozi sono scomparsi in Italia
Partiamo dal dato che fa più impressione: in sei anni sarebbero scomparse oltre 111 mila imprese del commercio al dettaglio.
Dire “sono scomparse”, naturalmente, non significa che tutte siano state chiuse esclusivamente a causa degli acquisti online. In questi anni sono cambiati i consumi, sono aumentati molti costi, c’è stata la pandemia e numerose attività hanno dovuto affrontare affitti, bollette e margini sempre più stretti.
L’e-commerce è quindi una parte del cambiamento, non l’unica spiegazione possibile.
Il dato racconta comunque qualcosa che vediamo con i nostri occhi. Ci sono quartieri nei quali un tempo si poteva comprare quasi tutto facendo pochi passi, mentre oggi per alcuni prodotti bisogna prendere l’auto, raggiungere un centro commerciale oppure ordinare online.
E qui si crea uno strano meccanismo: compriamo online anche perché troviamo meno negozi, ma se una quota sempre maggiore dei nostri acquisti si sposta sulle grandi piattaforme, per i negozi rimasti diventa ancora più difficile resistere.
È un circolo che si alimenta da solo, una saracinesca alla volta.
💶 Cosa rappresentano i 16,7 miliardi usciti dai territori
Secondo Confesercenti, tra il 2019 e il 2025 circa 16,7 miliardi di euro di spesa delle famiglie sarebbero stati “delocalizzati”, cioè non sarebbero più rimasti nei circuiti economici dei territori in cui vivono gli acquirenti.
Qui dobbiamo fermarci un momento e spiegare bene la cifra. Non si tratta di un dato di contabilità nazionale certificato dall’Istat, ma di una stima elaborata da Confesercenti partendo dalla riduzione della rete commerciale e dalla crescita delle quote di mercato delle grandi piattaforme internazionali.
Il ragionamento dell’associazione è questo: quando spendiamo 100 euro in un negozio fisico, circa 70 rimarrebbero nel territorio sotto forma di redditi, occupazione, affitti, manutenzioni, servizi professionali e fiscalità. Quando la stessa spesa finisce su un grande marketplace internazionale, una quota simile uscirebbe invece dall’economia locale.
Questo non significa che ogni acquisto online faccia automaticamente perdere 70 euro alla nostra città. È un modello utilizzato dall’associazione per stimare l’effetto complessivo dello spostamento dei consumi. La distinzione è importante, perché un dato può essere significativo senza essere trasformato in una verità scolpita sulla pietra.
La perdita stimata sarebbe superiore a 5,3 miliardi nel Centro Italia, vicina ai 4 miliardi al Sud, pari a quasi 3,2 miliardi nel Nord-Ovest, a circa 2,6 miliardi nel Nord-Est e a oltre 1,6 miliardi nelle Isole.

📍 In Campania l’impatto stimato è di circa 1,6 miliardi
Guardando le singole regioni, il valore più alto viene attribuito al Lazio, con circa 3,2 miliardi di euro. Seguono la Lombardia, con oltre 1,7 miliardi, e la Campania, con circa 1,6 miliardi di euro.
E questo è uno di quei numeri che, vivendo a Napoli, faccio un po’ fatica a considerare soltanto una riga dentro una tabella.
Penso alle strade dove il commerciante conosce ancora i clienti per nome, al negozio nel quale si entra per comprare una cosa e si esce dopo averne raccontate altre dieci, oppure a quella persona che tiene d’occhio la strada anche soltanto perché passa l’intera giornata dietro il bancone.
Naturalmente non dobbiamo trasformare ogni vecchio negozio in un luogo romantico da cartolina. Esistono attività che non si sono aggiornate, prezzi poco competitivi e servizi che non rispondono più alle esigenze dei clienti.
Però 1,6 miliardi che non circolano più sul territorio possono significare meno lavoro, meno investimenti e meno possibilità di aprire o mantenere viva un’attività.
🏙️ Come cambia una città quando spariscono i negozi
Una città non è fatta soltanto di case, strade e palazzi. È fatta anche di ciò che troviamo quando scendiamo di casa.
Un negozio aperto illumina una strada, crea passaggio, occupa un locale e offre un servizio. Una lunga fila di saracinesche chiuse produce invece l’effetto opposto: rende una zona più vuota, meno vissuta e spesso anche meno sicura.
La cosiddetta desertificazione commerciale diventa particolarmente pesante per chi ha difficoltà a spostarsi. Una persona anziana, per esempio, potrebbe non avere la stessa facilità di un ragazzo nell’ordinare online o nel raggiungere un grande centro commerciale fuori città.
Poi c’è una perdita che nessuna statistica riesce a misurare davvero: quella delle relazioni. Il negoziante che accetta un pacco per il vicino, il barista che si accorge se una persona anziana non passa da qualche giorno, la piccola attività che anima una strada fino a sera.
Sembrano dettagli, finché non spariscono. A quel punto ci accorgiamo che insieme al negozio se n’è andato anche un pezzetto della vita del quartiere.
💻 Perché l’e-commerce non è necessariamente il nemico
A questo punto voglio essere molto chiara: io lavoro proprio con siti ed e-commerce, quindi non avrebbe senso raccontare il commercio online come il cattivo della storia.
Il digitale può essere una possibilità concreta per le piccole attività. Un negozio non deve più dipendere soltanto dalle persone che passano davanti alla sua vetrina: attraverso un proprio sito può presentare i prodotti, ricevere ordini, raggiungere clienti in altre città e continuare a vendere anche negli orari di chiusura.
Un e-commerce ben costruito, inoltre, permette al commerciante di sviluppare una relazione diretta con il cliente, raccontare la propria identità e non confondersi tra migliaia di venditori dentro una piattaforma enorme.
💬 Una nota personale
Secondo me il vero punto non è scegliere tra negozio fisico e internet. È fare in modo che anche i commercianti locali possano abitare lo spazio digitale, senza lasciarlo completamente nelle mani di pochi colossi. Un sito non cancella la vetrina: può diventare una seconda vetrina, aperta su una strada molto più grande.

La stessa Confesercenti riconosce che l’e-commerce può essere un’opportunità, soprattutto quando si integra con la rete dei negozi e aiuta le piccole imprese a raggiungere nuovi mercati.
Il problema evidenziato dall’associazione riguarda soprattutto la concentrazione degli acquisti sui grandi marketplace internazionali, perché in quel caso una parte importante del valore generato dalla vendita non rimane nel luogo in cui vive chi ha comprato.
Insomma, non è il pacco davanti alla porta il colpevole. La domanda da farci è: chi ha venduto quel prodotto e dove finiranno i soldi che abbiamo speso?
🔄 Il futuro non è negozio contro internet
Forse il modello più interessante è proprio quello che mette insieme le due esperienze.
Possiamo vedere un prodotto sui social, controllarlo sul sito e poi ritirarlo in negozio. Oppure possiamo entrare in un’attività, ricevere un consiglio e ordinare successivamente online dallo stesso commerciante. Il digitale può accompagnare il negozio fisico invece di sostituirlo.
Certo, non basta dire a un piccolo commerciante “apriti un sito” e aspettare il miracolo. Servono competenze, investimenti, formazione, logistica e strumenti semplici da utilizzare.
Serve anche una strategia, perché mettere online cento prodotti senza spiegare a nessuno che esistono è un po’ come aprire un negozio bellissimo in una strada dove non passa mai nessuno.
Nel frattempo Confesercenti sta promuovendo la proposta di legge di iniziativa popolare “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”. L’obiettivo è introdurre strumenti per rivitalizzare le attività di vicinato, tra cui agevolazioni, sostegni e programmi dedicati alle aree più colpite dalla desertificazione commerciale.
La proposta aveva raccolto quasi 40 mila firme al momento della pubblicazione delle nuove elaborazioni. Per arrivare in Parlamento ne servono 50 mila ed è possibile consultare il testo e lo stato della raccolta sulla piattaforma ufficiale del Ministero della Giustizia.
Non so se basterà una legge a riaccendere tutte le saracinesche. Probabilmente no. Ma il dibattito ci costringe almeno a guardare ciò che sta accadendo senza ridurlo alla solita sfida tra passato e futuro.
Perché il futuro non deve essere per forza una scelta tra il negoziante che conosciamo da anni e il corriere che suona alla porta. Potrebbe essere un commerciante capace di raggiungerci in entrambi i modi.
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Domande frequenti
Quanti negozi sono scomparsi in Italia tra il 2019 e il 2025?
Secondo le elaborazioni diffuse da Confesercenti, in sei anni sono scomparse oltre 111 mila imprese del commercio al dettaglio. Il fenomeno non dipende soltanto dall’e-commerce, ma anche dai cambiamenti nei consumi, dai costi di gestione e dalle difficoltà affrontate dalle attività fisiche.
Cosa rappresentano i 16,7 miliardi indicati da Confesercenti?
Sono una stima della spesa delle famiglie che, secondo Confesercenti, non sarebbe più rimasta nei circuiti economici locali a causa della riduzione dei negozi fisici e dello spostamento degli acquisti verso le grandi piattaforme internazionali. Non si tratta di un dato di contabilità nazionale certificato dall’Istat.
L’e-commerce provoca la chiusura dei negozi?
L’e-commerce è uno dei fattori che hanno modificato le abitudini di acquisto, ma non è l’unica causa della riduzione dei negozi. Costi, affitti, pandemia, concorrenza e difficoltà nell’aggiornare i modelli di vendita hanno contribuito al fenomeno.
Un piccolo negozio può vendere anche online?
Sì. Un sito e-commerce può permettere a una piccola attività di raggiungere clienti fuori dal proprio quartiere, ricevere ordini in qualsiasi momento e affiancare le vendite online a quelle effettuate nel punto vendita fisico.
Che cos’è la desertificazione commerciale?
È la progressiva riduzione di negozi e servizi di prossimità in un quartiere, in un centro urbano o in un piccolo comune. Può produrre locali vuoti, minore accesso ai servizi e una perdita di vitalità, sicurezza e relazioni sociali.
☕ E nel tuo quartiere cosa sta succedendo?
Adesso sono curiosa di sapere cosa vedete voi quando uscite di casa: nel vostro quartiere stanno aprendo nuove attività oppure le saracinesche chiuse aumentano ogni anno?
Raccontatemelo nei commenti. E ditemi anche da che parte state: preferite comprare nel negozio sotto casa, ordinate quasi tutto online oppure cercate di usare entrambe le possibilità?
☕ Io intanto finisco il caffè. Quello, almeno per oggi, l’ho comprato ancora al bar sotto casa.