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Da Erba a Cogne: prove scientifiche e domande scomode

Il fax sugli indumenti di Rosa e Olindo, il pigiama di Annamaria Franzoni e le domande di una cittadina sul peso delle prove e dei giudizi.

🔎 C’è un momento in cui seguire la cronaca nera smette di essere una questione di curiosità e diventa una questione di fiducia. A me sta succedendo con Garlasco. Leggo le notizie, confronto le ricostruzioni e mi ritrovo a pensare ad altri casi. Non per cercare a tutti i costi un collegamento, ma perché alcune domande mi suonano fin troppo familiari.

Del rapporto tra immagini, prove e opinione pubblica ho già scritto in “Da Bossetti a Garlasco: il mostro al pubblico”. Questa volta voglio allargare lo sguardo, partendo da Erba e Cogne: dalle analisi contestate, dai documenti e dalle interpretazioni sulle quali accusa e difesa si sono scontrate.

📄 Io parto dalle cose che non mi tornano. Ma voglio capire anche se abbiano già ricevuto una risposta, quale sia e quanto sia convincente. Perché una spiegazione può persino farmi cambiare idea. Un invito a fidarmi, da solo, ha molte meno possibilità.

⚖️ Non so eseguire un’analisi genetica. So però riconoscere la differenza fra una risposta e una rassicurazione. E quando in gioco c’è la libertà di una persona, «stia tranquilla, ci hanno pensato gli esperti» mi sembra un po’ poco.

📌 In breve

Questo articolo affronta due punti controversi: le comunicazioni sugli indumenti di Rosa Bazzi e Olindo Romano nella strage di Erba e l’interpretazione delle macchie di sangue sulla casacca del pigiama nel caso Cogne. Le condanne sono definitive. Il confronto riguarda documenti, risultati preliminari e conclusivi e limiti delle interpretazioni scientifiche, accompagnati dalle riflessioni personali dell’autrice.

🧪 Erba: quei vestiti erano sporchi di sangue oppure no?

Partiamo da una lavatrice. Da alcuni indumenti e da un fax che, a distanza di anni, continua a far discutere.

Nel servizio “Come facciamo a fidarci?”, trasmesso l’8 ottobre 2026, Max Andreetta torna su una comunicazione dell’allora comandante dei RIS di Parma, Luciano Garofano, alla Procura di Como. Il punto è la distanza fra quanto venne comunicato sugli indumenti di Rosa Bazzi e Olindo Romano e i risultati degli accertamenti richiamati dalla trasmissione.

Il documento era già stato esaminato da Felice Manti ed Edoardo Montolli. Nella ricostruzione pubblicata dal Giornale nel 2024, il fax viene datato all’8 gennaio 2007 e contiene questa formulazione:

«Il luminol ha dato esito positivo e […] si tratta ragionevolmente di sangue umano».

Qui una distinzione è necessaria: il luminol non identifica, da solo, il sangue umano. È un test orientativo, che può reagire anche con altre sostanze, come spiega anche la documentazione del National Institute of Justice. La sua positività richiede quindi ulteriori verifiche.

🧪 Ecco la parola sulla quale mi fermo: «ragionevolmente». Quanto pesa, quando passa da un laboratorio alla scrivania di un magistrato? E quanto ne rimane quando la notizia arriva al pubblico? Perché tra «potrebbe essere sangue» e «avevano i vestiti sporchi di sangue» c’è una distanza che nessuno dovrebbe percorrere per distrazione.

Secondo la ricostruzione di Manti e Montolli, gli esami conclusivi non confermarono sui capi indicati la presenza del sangue delle vittime. Gli autori riferiscono inoltre che le presunte tracce sugli indumenti entrarono nelle contestazioni rivolte ai coniugi durante gli interrogatori.

Una reazione preliminare e una successiva mancata conferma possono appartenere al normale percorso di un accertamento. Il punto da chiarire è come vennero rappresentati quei risultati nelle diverse fasi dell’indagine.

🔎 Quando si parlò ai due indagati di quei vestiti, quali risultati erano già disponibili? Fu spiegata la differenza fra un sospetto e una conferma? E quando la conferma non arrivò, quella distinzione ricevette lo stesso spazio della notizia iniziale?

🔎 Perché una lavatrice può lavare i vestiti. Ripulire l’immagine di una persona da una prova annunciata e poi non confermata è decisamente più complicato.

🔎 Quando un litigio diventa un sospetto

🔎 Da cittadina, mi vengono in mente tante domande. La prima è quasi imbarazzante per quanto è semplice: com’è possibile che certi documenti e certe incongruenze arrivino alla nostra attenzione dopo anni, grazie al lavoro del giornalismo investigativo? Che cosa ha impedito di chiarirli prima?

🔎 Quando accade un delitto, non dovremmo aspettarci che ogni pista plausibile venga verificata? Che siano cercati anche gli elementi capaci di smentire un sospetto? La pressione mediatica non dovrebbe decidere dove puntare la lente. E soprattutto dove smettere di guardare.

🏠 Poi penso a una cosa molto meno televisiva: il mio terrazzino. Ai vicini, all’acqua delle loro piante che finisce di sotto, a una discussione stupida avuta due giorni prima. Una di quelle che sul momento ti fanno salire il sangue al cervello e che il giorno dopo hai già dimenticato.

🏠 Adesso immagino che a quei vicini succeda qualcosa di terribile. Quella discussione, improvvisamente, cambia significato. La frase detta male, il tono alzato, qualcuno che ricorda quanto fossi arrabbiata. E io mi chiedo: quanto della mia vita verrebbe riletto sapendo già quale personaggio assegnarmi?

🔎 Potrebbe capitare a chiunque di finire sotto sospetto. È questo che mi inquieta. La distanza fra «quella che litigava con i vicini» e «quella capace di ucciderli» dovrebbe essere riempita dalle prove. Quanto può accorciarla, invece, un racconto ripetuto abbastanza volte?

⚖️ Rosa e Olindo avevano rapporti conflittuali con i vicini. Ma fra un conflitto di vicinato e una strage nella quale viene ucciso anche un bambino c’è un abisso. La gravità di quell’orrore rende ancora più necessario accertare le responsabilità attraverso prove capaci di superare ogni ragionevole dubbio.

⚖️ Perché davanti a un delitto così abbiamo tutti bisogno di una risposta. Ma proprio quel bisogno dovrebbe renderci più esigenti: quanto siamo disposti a verificare, prima di convincerci di aver trovato i mostri?

🩸 Cogne: il pigiama e la distanza fra possibile e certo

A Cogne, uno dei punti centrali fu il pigiama di Annamaria Franzoni: si era macchiato perché indossato durante l’aggressione a Samuele oppure perché si trovava sul letto?

I RIS di Parma interpretarono le tracce di sangue come indicative dell’indossamento. I consulenti della difesa sostennero una ricostruzione diversa. Sul pigiama vennero disposte anche perizie dal giudice.

Per la casacca, la parte superiore dell’indumento, emerge una distinzione precisa: il perito Schmitter riteneva che l’analisi della distribuzione delle macchie di sangue non consentisse di stabilire se fosse indossata. In appello, i giudici accolsero invece la conclusione dell’indossamento, valorizzando gli accertamenti dei RIS e ulteriori elementi relativi alle macchie e alla posizione del capo.

🔎 Ed è qui che il pensiero mi torna a Garlasco. Anche lì ritroviamo i RIS di Parma e una domanda su quali elementi abbiano sostenuto la certezza dell’accusa. A Cogne il contrasto riguardava l’interpretazione delle tracce; a Garlasco, secondo quanto segnalato dalla Procura di Pavia, nei vecchi atti non risultavano due esiti negativi delle analisi sui pedali. Sono situazioni diverse, ma messe vicine mi fanno chiedere: quanto spazio ricevono gli elementi che complicano una ricostruzione, invece di confermarla?

📄 Una conclusione convincente dovrebbe reggere anche quando le mettiamo accanto ciò che sembra contraddirla. Anzi, è proprio lì che vorrei vederla alla prova. Perché se per capire quanto è solida una certezza devo conoscere anche i dubbi, quei dubbi voglio poterli leggere. Possibilmente insieme al resto, non anni dopo.

Il confronto è ricostruito nella sentenza della Cassazione del 2008, che respinse le contestazioni della difesa e ritenne adeguatamente motivata quella conclusione. La distinzione riguarda la casacca: Schmitter giunse a una conclusione più netta sull’indossamento dei pantaloni.

🔎 Ecco dove mi fermo. Davanti allo stesso indumento, un esperto indica un limite a ciò che il suo metodo può stabilire; il processo arriva a una certezza attraverso una valutazione più ampia. Voglio capire quel passaggio. Quali elementi permettono di superare il limite? Quanto sono indipendenti gli uni dagli altri? Quanto dipendono dalla ricostruzione che si sta cercando di verificare?

🔎 Perché «c’è sangue sul pigiama» è un’osservazione. «Quel pigiama era indossato dall’assassino» è una conclusione. In mezzo deve esserci un ragionamento che regga anche alle domande meno comode.

🩸 Qui non stiamo parlando di sangue comparso dal nulla o di un reperto scomparso. Stiamo parlando di come si legge una traccia. Ed è forse la parte più difficile da raccontare: la macchia esiste, la vedono tutti, ma non per questo racconta da sola un’unica storia.

🩸 Io vorrei che, quando ci viene presentata una prova scientifica, ci venisse consegnato anche il suo margine di incertezza. Possibilmente prima che il titolo del telegiornale trovi il modo di farne a meno.

💭 Essere una madre stanca

💭 E qui devo ammettere una cosa: all’epoca anche io ho pensato che Annamaria Franzoni fosse un mostro. Mi sembrava possibile, persino convincente. Del resto, non sarebbe stata la prima madre a uccidere suo figlio. Oggi mi domando quanto conoscessi davvero le prove e quanto stessi reagendo alla storia che mi veniva raccontata.

💭 Poi ripenso a quando è nato mio figlio.

💭 Ha sofferto di colichette, piangeva continuamente, di giorno e di notte. Per sedici mesi ho vissuto con il sonno a pezzi. Anche una doccia era qualcosa da organizzare, incastrare, possibilmente concludere prima del pianto successivo. Uscire di casa richiedeva un bagaglio che, nella mia vita precedente, sarebbe bastato per una settimana di vacanza.

🕰️ La stanchezza si accumulava insieme al senso di inadeguatezza, alla disperazione di certi momenti e alla nostalgia per quella libertà che prima davo per scontata. Dormire quando avevo sonno. Lavarmi quando ne avevo bisogno. Uscire senza controllare di avere portato metà della casa.

💭 Amavo mio figlio immensamente. E desideravo dormire. Desideravo anche ritrovare un pezzetto della donna che ero prima, quella che riusciva a finire una cosa senza essere interrotta. Ho provato sentimenti che allora facevo fatica perfino ad ammettere, perché sembrava che una madre dovesse essere felice, riconoscente e possibilmente riposata per contratto.

🔎 Ma tutto questo che cosa dice della mia capacità di fare del male a mio figlio? Essere esausta, esasperata o rimpiangere la propria vita precedente fa di una madre una potenziale assassina?

💭 La mia esperienza non mi dice che cosa sia accaduto a Cogne. Mi rende però molto attenta al salto che possiamo fare quando trasformiamo un’emozione riconoscibile in un indizio di colpevolezza. «Era stanca», «voleva la sua libertà», «non si comportava come mi aspetto da una madre». Quante di noi potrebbero riconoscersi almeno in una di queste frasi, in un giorno difficile?

⚖️ E allora torno a quel pigiama. Alle macchie, alle interpretazioni, ai diversi gradi di certezza. Perché è lì che devono essere cercate le risposte: nelle prove, esaminate insieme a tutto il resto. Il dolore per un bambino ucciso rende ancora più necessario affrontare ogni punto controverso.

💭 La domanda che mi mette paura è questa: se domani accadesse qualcosa a mio figlio, quali pezzi della mia vita verrebbero scelti per raccontarmi? Una lamentela, una giornata storta, una frase pronunciata dopo una notte insonne?

⚖️ Vorrei che a parlare fossero i fatti. Perché una madre stanca ha bisogno di aiuto. E nessuna di noi dovrebbe scoprire, soltanto quando viene giudicata, quanto facilmente la propria fatica possa essere riscritta come il ritratto di un mostro.

⚖️ Il diritto di continuare a domandare

Erba e Cogne presentano questioni differenti. Nel primo passaggio abbiamo seguito la comunicazione di un risultato preliminare e la ricostruzione giornalistica degli accertamenti successivi. Nel secondo, il confronto sull’interpretazione di una traccia e sui limiti del metodo impiegato.

⚖️ Metterli vicini mi ha costretta a guardare anche il mio modo di giudicare. Quanto velocemente mi sono convinta, quali dettagli ho ricordato, quali domande non mi sono fatta.

🔎 Non posso cambiare il giudizio che ho avuto allora. Posso però essere più esigente adesso. Leggere una spiegazione fino in fondo, distinguere un risultato da un’interpretazione, riconoscere quando non so abbastanza. E continuare a chiedere conto di ciò che non torna.

⚖️ La fiducia che cerco passa da qui: dalla possibilità di fare una domanda e ricevere una risposta che possa essere controllata. Anche quando quella risposta mi dà torto.

📚 Domande frequenti

Un risultato positivo al luminol dimostra la presenza di sangue umano

No. Il luminol è un test orientativo e può reagire anche con sostanze diverse dal sangue. Una reazione positiva richiede ulteriori accertamenti e non identifica da sola né sangue umano né la persona da cui un’eventuale traccia proviene.

Qual è il punto controverso sugli indumenti di Rosa e Olindo

Le ricostruzioni giornalistiche citate confrontano una comunicazione sulla positività al luminol e sulla ragionevole natura ematica delle tracce con gli esiti successivi, che secondo gli autori non confermarono il sangue delle vittime sui capi indicati. Occorre distinguere gli esami preliminari da quelli conclusivi e ricostruire come furono comunicati.

A Cogne il contrasto riguardava tutto il pigiama allo stesso modo

No. Il passaggio esaminato nell’articolo riguarda soprattutto la casacca. Il perito Schmitter ritenne che l’analisi delle macchie non consentisse di stabilire se fosse indossata; sui pantaloni giunse a una conclusione più netta. I giudici accolsero l’indossamento anche della casacca sulla base della valutazione complessiva degli elementi.

Le contestazioni descritte hanno annullato le condanne

No. Le condanne di Rosa Bazzi e Olindo Romano e di Annamaria Franzoni sono definitive. L’articolo distingue le ricostruzioni giornalistiche, le contestazioni tecniche e le riflessioni personali dagli esiti giudiziari.

💬 Ti è mai capitato di cambiare idea su un caso dopo aver scoperto un documento o un dettaglio che non conoscevi?

💬 Raccontamelo nei commenti. Se questo articolo ti ha fatto fermare su una domanda, condividilo: il confronto può cominciare proprio da lì.

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