Quotidea Storie & Misteri

Garlasco e il mistero delle tre casseforti: carte, stanze vuote e domande che restano

Io ormai dovrei averlo imparato.

Quando Luigi Grimaldi pubblica qualcosa su Garlasco, non bisogna limitarsi a leggere il titolo pensando: “Vabbè, vediamo che dice.”

Perché poi succede sempre la stessa cosa.

Leggo.

Mi fermo.

Torno indietro.

Rileggo.

E comincio ad aprire altre pagine, cercare nomi, date, atti, vecchi articoli.

Questa volta Grimaldi ha pubblicato su Grimaldipress “Garlasco: Quelle tre casseforti misteriose…”, costruito volutamente come la sceneggiatura di un giallo giudiziario pavese.

E secondo me è proprio qui che bisogna capire il gioco che sta facendo.

Non sta scrivendo un verbale.

Sta usando la narrazione per prendere una serie di elementi, metterli davanti al lettore e dirgli:

“Tu questa cosa la vuoi guardare oppure facciamo finta che non esista?”

🧠💭 Prima di entrare nelle carte, però, una cosa a Luigi Grimaldi gliela devo proprio dire.

Questo articolo è una meraviglia.

È pungente, visivo, provocatorio. Ha quel tipo di scrittura che dopo tre righe mi fa dimenticare di stare davanti a uno schermo.

Mi fa un po’ l’effetto di Mary Poppins quando saltava dentro i disegni: solo che invece di finire tra cavalli colorati e giostre, io mi ritrovo nei corridoi della Procura di Pavia, davanti alla Stanza 27, con una cassaforte da aprire.

E a quel punto penso soltanto: Luigi, ma almeno avvisami, che mi porto il caffè.

Però una sceneggiatura resta una sceneggiatura.

Le battute costruite da Grimaldi non possono essere trattate come se fossero trascrizioni letterali di verbali.

Ma attenzione: questo non significa neppure che la storia sia stata inventata per esigenze narrative.

In un’intervista con Bugalalla, ripresa anche da Il Sussidiario, Grimaldi ha spiegato di essere arrivato alla vicenda attraverso atti e, in particolare, relazioni di servizio degli ufficiali di polizia giudiziaria che avrebbero recuperato la documentazione. Parte del materiale, secondo quanto riferito, risulterebbe omissata.

La stessa vicenda è stata affrontata da Bugalalla nell’approfondimento con Luigi Grimaldi.

Io quei documenti integrali non li ho davanti.

Quindi non posso dirvi: “Li ho letti e confermo ogni dettaglio.”

Ma posso fare un’altra cosa.

Posso prendere il nome che Grimaldi mette su quella cartellina — Tizzoni — e vedere se, uscendo dalla sua sceneggiatura, quel nome continua a comparire davvero.

E qui, ragazzi miei, la faccenda diventa interessante.

📌 In breve

Luigi Grimaldi mette in relazione tre casseforti comparse, in momenti diversi, nelle vicende investigative pavesi.

La prima sarebbe stata scoperta, secondo la sua inchiesta, nella cosiddetta Stanza 27 della Procura di Pavia e avrebbe contenuto una cartellina con il nome dell’avvocato Gian Luigi Tizzoni e documenti collegati anche a Garlasco.

Le altre due casseforti sono documentate nelle cronache giudiziarie: una nel locale di piazza Marelli collegato all’ex maggiore dei Carabinieri Maurizio Pappalardo, l’altra nella cantina di una casa di via Albera appartenente alla famiglia dell’ex luogotenente Silvio Sapone. Entrambe furono aperte durante attività investigative ed entrambe risultarono vuote.

Il collegamento tra tutte e tre non è una prova acquisita.

Ma il tema dei documenti, della loro provenienza e della loro circolazione non nasce con la sceneggiatura di Grimaldi.

Ed è esattamente da qui che voglio partire.

🗄️ La Stanza 27 e quella cartellina con scritto Tizzoni

Il racconto di Grimaldi comincia alla fine del 2023, dentro la Procura della Repubblica di Pavia.

Nella cosiddetta Stanza 27, durante una riorganizzazione degli uffici, sarebbe stata individuata una cassaforte a muro che, nella sua ricostruzione, non risultava inventariata.

Viene aperta.

Dentro non ci sono soldi.

Ci sono carte.

E soprattutto una cartellina con un cognome scritto a pennarello:

TIZZONI.

Nella precedente sceneggiatura dedicata interamente alla Stanza 27, Grimaldi descrive documenti relativi al caso Garlasco, al maresciallo Francesco Marchetto, alle indagini su Alberto Stasi e alla prima inchiesta su Andrea Sempio del 2016-2017.

Qui sarebbe facilissimo fare una delle due cose.

La prima: prendere tutto per oro colato.

La seconda: liquidare tutto dicendo “è una sceneggiatura”.

Io non voglio fare né l’una né l’altra.

Perché Grimaldi ha spiegato pubblicamente da dove sostiene di essere partito: atti e relazioni di servizio.

E soprattutto perché, quando comincio a cercare il nome Tizzoni fuori dal suo articolo, scopro che la questione della provenienza di alcuni documenti del 2017 esiste indipendentemente da quella cassaforte.

🧠💭 E qui per me cambia il peso della storia.

La cassaforte della Stanza 27, con tutti i dettagli raccontati, resta una rivelazione giornalistica di Grimaldi.

Ma le carte passate attraverso Tizzoni e il problema di capire da dove provenissero e come fossero entrate nel lavoro investigativo non sono un’invenzione narrativa.

E allora la domanda sulla cassaforte non mi sembra più così campata per aria.

📂 Perché il nome Tizzoni non spunta dal nulla

Nel luglio 2026 è emerso un passaggio della memoria del procuratore aggiunto Stefano Civardi dedicata alla vecchia indagine su Andrea Sempio.

Secondo quanto riportato da Il Sussidiario, Civardi rileva che nel 2017 il fascicolo originario relativo alla condanna di Alberto Stasi non venne recuperato dagli archivi e che furono utilizzati anche atti messi a disposizione dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni.

E non è l’unico elemento.

L’ex pm Giulia Pezzino, sentita nell’ambito delle nuove verifiche, ha raccontato di avere avuto diversi contatti e scambi con Tizzoni durante l’indagine del 2017.

Come riportato da Repubblica, Pezzino ha spiegato di avere condiviso con lui alcuni aspetti dell’indagine in quanto legale della parte civile e ha aggiunto che, se ricordava bene, Tizzoni poteva avere procurato agli inquirenti alcuni atti del processo contro Stasi.

Il Corriere della Sera ha ricostruito lo stesso nodo: nel 2017 il vecchio fascicolo non sarebbe stato acquisito dalla Procura generale, ma sarebbero stati utilizzati documenti provenienti dall’avvocato della famiglia Poggi.

No, aspettate.

Perché questo non dimostra la cassaforte.

Ma ci dice che il cognome scritto da Grimaldi su quella cartellina si incastra dentro un problema documentale che esiste davvero.

E il tema della circolazione delle informazioni attorno a Tizzoni era stato sollevato molto prima dell’articolo sulle tre casseforti.

Già nell’aprile 2025 DarkSide aveva analizzato alcune intercettazioni del 2017 nelle quali il nome di Tizzoni veniva associato, nelle conversazioni degli intercettati, a informazioni sull’andamento dell’indagine e sulla possibile archiviazione.

DarkSide, correttamente, metteva anche un limite: quelle parole non provano che Tizzoni abbia realmente passato informazioni.

Però dimostrano che la questione non nasce ad agosto 2026 per rendere più bella una sceneggiatura.

E il 20 agosto 2026, quindi prima della pubblicazione di Grimaldi sulla Stanza 27, il Salotto Giallo di Bugalalla con Albina Perri dedicava già spazio alle anomalie emerse nelle SIT riguardo alla presenza e al ruolo dell’avvocato Tizzoni nelle vecchie indagini.

Quindi no.

Non posso dirvi che abbiamo già dimostrato cosa ci fosse nella cassaforte della Stanza 27.

Ma non posso neppure far finta che il nome Tizzoni sia stato scelto da Grimaldi perché suonava bene nella sceneggiatura.

Quel nome, nelle carte e nelle ricostruzioni sul 2017, c’è.

🔑 Piazza Marelli: l’ufficio svuotato e la cassaforte trovata vuota

Adesso lasciamo per un momento la Stanza 27.

Gennaio 2025.

Siamo a Pavia, in piazza Marelli.

Qui non abbiamo una sceneggiatura.

Abbiamo le carte dell’inchiesta Clean 2, riportate da La Verità.

Il 10 dicembre 2024 la Guardia di Finanza scrive alla Procura di aver appreso che il costruttore Carmine Napolitano avrebbe incaricato un suo dipendente, Marco Pilla, di svuotare un ufficio di piazza Marelli utilizzato da Maurizio Pappalardo, trasferendone il contenuto in un garage della stessa piazza.

Secondo la ricostruzione contenuta negli atti riportati dal giornale, lo svuotamento sarebbe avvenuto in concomitanza con la diffusione della notizia della conclusione delle indagini Clean.

Il 13 gennaio 2025 la Guardia di Finanza chiede di verificare gli spostamenti e i contatti proprio per approfondire l’eventuale trasferimento di documentazione o altro materiale di possibile interesse investigativo.

E già qua, consentitemelo, a me si alza un sopracciglio.

Arriviamo al 27 gennaio.

Pilla descrive l’ufficio e parla anche di una piccola cassaforte.

Poche ore dopo viene disposta la perquisizione.

La cassaforte viene trovata.

È chiusa.

Napolitano riferisce di non ricordare la combinazione e di non sapere dove fosse la chiave.

Un dipendente arriva con un flessibile.

Il metallo viene tagliato.

La cassaforte è vuota.

🧠💭 Una cassaforte vuota non dimostra che sia stata svuotata per nascondere qualcosa.

Però qui non abbiamo soltanto una cassaforte vuota.

Abbiamo un ufficio che era stato precedentemente svuotato.

Abbiamo investigatori che stavano cercando di ricostruire lo spostamento di possibile documentazione.

E poi abbiamo quella cassaforte.

Io posso pure non sapere che cosa contenesse. Ma la domanda su cosa si stesse cercando me la dovete far fare.

Ed è proprio qui che Grimaldi spinge la provocazione più avanti.

Lui si chiede se qualcuno abbia avvertito Napolitano prima dell’arrivo degli investigatori.

Questa è una domanda di Grimaldi, non un fatto accertato.

Ma il fatto che l’ufficio fosse stato svuotato prima della perquisizione e che la Finanza abbia indagato proprio sul possibile spostamento di materiale è documentato nelle carte riportate da La Verità.

E la differenza, ancora una volta, conta.

🏠 Via Albera: un’altra cassaforte, un’altra apertura forzata

La terza storia ci porta a Garlasco.

20 novembre 2025.

Via Albera.

Gli investigatori arrivano in una casa di proprietà della famiglia di Silvio Sapone, ex luogotenente dei Carabinieri e già responsabile della squadra di polizia giudiziaria della Procura di Pavia.

Qui mettiamo subito una cosa in chiaro.

Sapone non era indagato in quel procedimento.

Era un testimone nell’inchiesta che riguardava l’ex procuratore aggiunto Mario Venditti.

Come ricostruito da Il Giorno, Sapone dichiarò inoltre di non avere mai abitato nella casa: prima vi abitava la suocera e, al momento della perquisizione, l’immobile era occupato da inquilini.

Gli investigatori apprendono dell’esistenza di una cassaforte nella cantina.

Chiedono di aprirla.

Sapone riferisce di non avere le chiavi e di non averle mai possedute.

Vengono chiamati i vigili del fuoco.

Lavorano per circa un’ora.

Alle 12:35 la cassaforte viene aperta.

Vuota.

Io lo so che una cassaforte vuota può essere semplicemente una cassaforte vuota.

Ma quando leggo che per aprirla vengono fatti intervenire i vigili del fuoco, una cosa per me è certa:

in quel momento gli investigatori ritenevano importante sapere che cosa ci fosse dentro.

La perquisizione ebbe poi una coda giudiziaria e polemica.

I legali di Sapone sostennero che l’attività fosse stata eseguita sulla base di un decreto già annullato dal Tribunale del Riesame e chiesero chiarimenti alla Procura di Brescia, come riportato ancora da Il Giorno.

Quindi abbiamo un’altra cassaforte realmente cercata.

Realmente aperta.

Realmente verbalizzata come vuota.

Questo non ci dice che cosa ci fosse prima.

Ma ci dice che quella cassaforte era considerata meritevole di verifica.

🧩 Il filo che Grimaldi prova a seguire

Ed eccoci al cuore della provocazione.

Perché mettere insieme proprio queste tre casseforti?

Grimaldi non si limita al numero tre.

Segue soprattutto persone, ambienti, rapporti e circolazione di informazioni.

Nella vicenda di piazza Marelli troviamo Maurizio Pappalardo.

Negli atti di Clean 2 riportati da La Verità, un carabiniere racconta che Pappalardo gli avrebbe indicato un ristretto gruppo di amici.

Fra i nomi compaiono Carmine Napolitano, proprietario del locale di piazza Marelli, e Silvio Sapone, collegato alla casa della terza cassaforte.

Questo prova che le casseforti facessero parte di un unico sistema?

No.

Ma spiega perché un giornalista investigativo possa guardare quelle vicende e chiedersi se siano davvero tre storie completamente separate.

E qui io mi ritrovo molto nel metodo di Grimaldi.

Perché la sua tesi, letta fino in fondo, non è semplicemente:

“Ho trovato tre casseforti, quindi c’è un complotto.”

La provocazione è più interessante.

È:

quanto materiale, quante informazioni e quanti passaggi relativi a queste indagini hanno seguito percorsi che oggi meritano di essere ricostruiti?

E questa domanda, dopo quello che sta emergendo sulle carte del 2017, io non ho nessuna intenzione di liquidarla.

📁 Quando il vero problema diventano le carte

Perché più cerco informazioni sulle casseforti, più finisco sempre nello stesso posto.

I documenti.

Nel maggio 2026 sono emersi nuovi elementi sulla prima indagine a carico di Andrea Sempio.

Secondo gli atti riportati da RaiNews, il 24 dicembre 2016, appena un giorno dopo l’apertura dell’inchiesta su Sempio, Maurizio Pappalardo avrebbe fotografato con il telefono alcuni atti dalla scrivania dell’allora procuratore aggiunto Mario Venditti.

Pappalardo non risultava delegato a quell’indagine.

Quando anni dopo gli investigatori hanno cercato documentazione su Sempio negli uffici del Nucleo informativo, quelle fotografie non sarebbero state trovate.

È stato invece individuato un “fascicolo P”, permanente, aperto nel marzo 2017, dopo l’archiviazione.

All’interno risultavano una bozza della richiesta di archiviazione e annotazioni manoscritte diventate oggetto di nuove verifiche.

Secondo gli atti riportati da RaiNews, il Nucleo informativo non aveva titolo per disporre di quella bozza.

E mo viene il bello.

Perché a quel punto la domanda non è più soltanto:

“Che cosa c’era nelle casseforti?”

La domanda diventa:

come circolavano le carte?

Chi poteva averle?

Perché alcuni atti si trovavano in determinati luoghi?

Come venivano acquisiti?

Come venivano conservati?

E soprattutto: quante cose che oggi ci sembrano strane erano semplicemente prassi discutibili, quante erano disordine e quante, invece, potrebbero essere state tenute volutamente fuori dal percorso più trasparente?

Io quest’ultima risposta non ce l’ho.

Ma proprio perché non ce l’ho, non voglio che la domanda sparisca.

⚖️ Una precisazione necessaria su Mario Venditti

Le anomalie documentali e l’ipotesi di corruzione contestata all’ex procuratore aggiunto Mario Venditti sono due piani differenti.

Nel giugno 2026, secondo quanto riportato da ANSA, una doppia informativa depositata alla Procura di Brescia non avrebbe individuato elementi determinanti a sostegno dell’ipotesi di corruzione legata all’archiviazione di Andrea Sempio.

Questo dato va raccontato.

Ma non cancella automaticamente le domande sulla provenienza, sulla circolazione e sulla custodia di singoli documenti, che sono oggetto di verifiche differenti.

Tenere separati i due piani è l’unico modo per fare domande scomode senza trasformarle in accuse.

🔎 Perché io sotto la polvere ci voglio guardare

Ed è qui che voglio dirvi una cosa molto personale.

Su Garlasco ormai si sono costruite montagne di narrazioni.

Versioni ripetute cento volte.

Frasi che, a forza di sentirle, sembrano diventare fatti.

Personaggi trasformati in santi o mostri a seconda del tavolo al quale ci si siede.

E sapete qual è il problema?

Che quando sopra una storia si accumula abbastanza confusione — e, perdonatemi il francesismo, anche abbastanza merda — diventa facilissimo costruirci sopra qualunque cosa.

Più la spari grossa, più qualcuno prima o poi comincia a ripeterla.

Io voglio fare il contrario.

Voglio guardare sotto.

Togliere per un momento le tifoserie.

Togliere le versioni già pronte.

Togliere anche la tentazione di credere a una teoria soltanto perché mi affascina.

E vedere che cosa rimane.

E quello che rimane, in questo caso, non è il nulla.

Rimangono documenti la cui provenienza viene oggi riletta.

Rimangono atti fotografati da chi non risultava delegato all’indagine.

Rimane una bozza di archiviazione trovata dove, secondo gli atti, non avrebbe dovuto essere.

Rimane un ufficio svuotato prima di una perquisizione.

Rimangono due casseforti realmente aperte e trovate vuote.

E rimane la rivelazione di Grimaldi sulla Stanza 27, che lui dice di avere ricostruito partendo da documentazione investigativa.

🧠💭 Io non posso scrivere che tutto questo dimostri un unico disegno per nascondere la verità su Garlasco.

Ma dopo tutto quello che è emerso, non me la sento nemmeno di liquidare come fantasia la possibilità che alcuni passaggi, documenti o informazioni siano stati tenuti lontani dalla luce più di quanto avrebbero dovuto.

E questa, per me, non è una sentenza.

È una domanda che merita di essere fatta fino in fondo.

Ed è per questo che l’articolo di Grimaldi mi piace così tanto.

Perché non mi consegna una risposta comoda.

Mi mette davanti a un’immagine potentissima — tre casseforti — e mi costringe a chiedermi che cosa ci sia dietro.

Magari, alla fine, alcune porte porteranno al nulla.

Ma se non le apriamo, non possiamo saperlo.

⚖️ Cosa sappiamo e cosa resta una domanda

📌 Mettiamo per un momento le cose in ordine

Sappiamo che Luigi Grimaldi ha raccontato il ritrovamento della cassaforte della Stanza 27 e ha successivamente spiegato di avere ricostruito la vicenda attraverso atti e relazioni di servizio. Non abbiamo però accesso integrale a quei documenti per verificarne autonomamente ogni dettaglio.

Sappiamo che nel 2017 furono utilizzati anche atti messi a disposizione dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni e che l’ex pm Giulia Pezzino ha riferito di contatti e scambi con lui durante l’indagine.

Sappiamo che la cassaforte di piazza Marelli venne realmente aperta durante una perquisizione e trovata vuota, dopo che il locale era stato precedentemente svuotato e mentre gli investigatori stavano approfondendo il possibile spostamento di documentazione o altro materiale.

Sappiamo che la cassaforte di via Albera venne realmente aperta, con l’intervento dei vigili del fuoco, e trovata vuota.

Sappiamo che nelle nuove verifiche sono emersi atti fotografati nel dicembre 2016, un fascicolo permanente su Sempio e una bozza della richiesta di archiviazione conservata in un luogo sul quale gli investigatori hanno posto domande precise.

Non sappiamo se le tre casseforti facessero parte di un unico sistema.

Non sappiamo se le due casseforti trovate vuote abbiano mai contenuto documenti relativi a Garlasco.

Non sappiamo se qualcuno le abbia svuotate proprio per occultare materiale investigativo.

Ma il fatto che non abbiamo ancora queste risposte non rende inutili le domande.

☕ La domanda che lascio a voi

Io non so se le tre casseforti raccontino davvero un’unica storia.

Magari un giorno scopriremo che no.

Che erano tre episodi diversi finiti per ragioni differenti nello stesso enorme labirinto pavese.

Ma oggi, dopo avere letto Grimaldi e dopo essere andata a cercare che cosa c’è attorno a quel nome scritto sulla cartellina, faccio molta più fatica a dire:

“Non significa niente.”

Perché qualcosa significa già.

Significa che esistono passaggi documentali che ancora oggi vengono ricostruiti.

Significa che gli investigatori hanno ritenuto necessario cercare, aprire, acquisire e controllare.

Significa che alcune domande che fino a qualche tempo fa potevano sembrare soltanto suggestioni oggi si appoggiano almeno in parte su fatti che possiamo ritrovare nelle carte e nelle cronache giudiziarie.

E allora io voglio continuare a fare esattamente questo.

Non innamorarmi di una teoria.

Ma neppure voltarmi dall’altra parte quando qualcosa non torna.

Perché se sotto la polvere c’è qualcosa, io voglio sapere che cos’è.

E se invece non c’è nulla, voglio arrivarci dopo aver guardato.

Non perché qualcuno mi ha detto di smettere di fare domande.

Del resto, quando si parla di Garlasco, Luigi Grimaldi ha un talento particolare:

riesce sempre a togliermi il sonno.

Non perché mi consegni una verità già impacchettata.

Ma perché mi apre una porta e poi mi fa venire quella malsana voglia di controllare se dietro ce n’è un’altra.

☕ Insomma Luigi, facciamo un patto: la prossima volta che trovi una cassaforte, dammi almeno il tempo di preparare il caffè.

Perché tanto lo so già: poi mi viene voglia di aprire pure quella.

Domande frequenti

Le tre casseforti sono state realmente trovate?

Le casseforti di piazza Marelli e via Albera sono documentate nelle cronache giudiziarie relative alle rispettive perquisizioni. Il ritrovamento della cassaforte della Stanza 27 e il suo contenuto sono invece una rivelazione giornalistica di Luigi Grimaldi, che ha dichiarato di avere ricostruito la vicenda attraverso atti e relazioni di servizio.

La cartellina con scritto Tizzoni è soltanto un elemento della sceneggiatura?

Il ritrovamento della cartellina nella cassaforte viene raccontato da Grimaldi. Tuttavia, indipendentemente da quella ricostruzione, nelle nuove verifiche sull’indagine del 2017 è emerso che gli inquirenti utilizzarono anche documenti messi a disposizione dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni e che l’ex pm Giulia Pezzino ebbe diversi contatti e scambi con lui.

Le casseforti di piazza Marelli e via Albera erano vuote?

Sì. Le fonti giornalistiche che riportano gli atti delle rispettive operazioni descrivono entrambe le casseforti come vuote al momento dell’apertura.

Questo dimostra che qualcuno abbia nascosto documenti su Garlasco?

No. Non abbiamo una prova che dimostri che le casseforti vuote abbiano contenuto documentazione relativa al caso o che siano state svuotate per occultarla. Esistono però elementi documentati sulla circolazione e sulla custodia di alcuni atti del 2017 che rendono legittimo continuare a chiedersi come venissero gestite determinate informazioni.

Perché allora collegare le tre vicende?

Il collegamento è la chiave interpretativa proposta da Luigi Grimaldi: persone, ambienti investigativi, documenti e passaggi che in alcuni punti si incrociano. Non è una prova di un unico sistema, ma è una pista giornalistica che può essere analizzata senza trasformarla automaticamente in una conclusione giudiziaria.

🔎 Continua a leggere

Se vuoi continuare a seguire con me il caso Garlasco, puoi leggere anche gli altri approfondimenti di Storie & Misteri:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *