Quotidea Storie & Misteri

Garlasco: i quattro slip e i misteriosi colori dell’alchimia

Ci sono articoli che leggo, archivio e magari riprendo qualche giorno dopo.

E poi ce ne sono altri che mi fanno fare quella cosa che, se seguite Storie & Misteri, ormai conoscete bene: chiudo tutto, torno indietro, rileggo una frase e penso:

Aspettate un momento. Questa cosa voglio capirla meglio.

Mi è successo leggendo un nuovo approfondimento di Luigi Grimaldi sul suo blog Grimaldipress.

L’articolo si intitola “Garlasco: gli slip sul divano manomessi e non furono distrutti” ed è stato pubblicato il 23 agosto 2026.

Parla di quattro slip rinvenuti nella villetta di via Pascoli e indicati nella documentazione biologica come traccia 64.

Quattro slip.

Detta così, dopo tutto quello che negli anni abbiamo sentito sul caso Garlasco, non sembra esattamente il particolare destinato a farci saltare sulla sedia.

E invece io voglio ringraziare Grimaldi proprio per questo: per aver preso un dettaglio rimasto quasi ai margini del racconto pubblico e averlo rimesso davanti ai nostri occhi.

Perché questi quattro indumenti hanno una storia molto concreta.

Compaiono nella documentazione della scena. Vengono fotografati. Vengono sottoposti a un test biologico. Secondo una relazione più recente sarebbero ancora disponibili per ulteriori accertamenti.

Ma poi c’è un secondo livello.

Ed è quello che, lo confesso, mi ha fatto immediatamente drizzare le antenne.

I colori.

Nero. Bianco. Giallo-verde chiaro. Rosso.

Grimaldi li mette uno dietro l’altro e richiama quattro parole:

nigredo. Albedo. Citrinitas. Rubedo.

Le fasi della cosiddetta Grande Opera alchemica.

E qui io mi sono fermata.

Perché le piste esoteriche associate negli anni al delitto di Chiara Poggi le ho seguite praticamente tutte. Mi affascinano, non lo nego. Alcune molto più di quanto probabilmente dovrei ammettere davanti a una tazza di caffè.

Ma affascinarmi non significa crederci.

E soprattutto non significa infilare un rituale dentro un omicidio soltanto perché quattro colori fanno una bella sequenza.

Quattro slip colorati non dimostrano nessun rituale.

Il problema è che Grimaldi non si ferma ai colori.

Nel suo approfondimento compaiono Basilius Valentinus, le Dodici Chiavi della Filosofia, Giovan Battista Nazari, l’Azoth e persino l’Ordine dei Nove Angoli.

Cioè, ma qua ci rendiamo conto?

A quel punto potevo veramente chiudere la pagina e fare finta di niente?

Ovviamente no.

Così ho cominciato a cercare.

E quella che vi racconto oggi non è la dimostrazione di una pista esoterica.

È molto più semplicemente il viaggio che ho fatto seguendo una domanda: quanto di quello che Grimaldi mette sul tavolo esiste davvero fuori dal caso Garlasco?

🧠💭 Ve lo dico subito: questa è esattamente il tipo di storia nella quale rischio di perdermi per ore.

Datemi un dettaglio strano, quattro colori, un simbolo e un manoscritto vecchio di quattrocento anni e io comincio ad aprire schede del browser come se non ci fosse un domani.

Ma non voglio decidere prima dove questa storia debba portarci. Voglio semplicemente seguirla insieme a voi.

Magari alla fine sarà tutto una coincidenza.

Ma almeno lasciatemela guardare da vicino.

📌 In breve

Al centro di questa storia ci sono quattro slip da donna indicati come traccia 64 nella documentazione biologica del caso Garlasco.

Luigi Grimaldi ha riportato l’attenzione sulla loro posizione nelle fotografie, sulla loro successiva movimentazione e soprattutto sui colori con i quali vengono descritti: nero, bianco, giallo-verde chiaro e rosso.

La sequenza nero, bianco, giallo e rosso richiama realmente nigredo, albedo, citrinitas e rubedo, termini documentati nella tradizione alchemica.

Grimaldi collega inoltre questa coincidenza ad alcune immagini alchemiche che sostiene siano emerse dal carving della copia forense di una chiavetta USB utilizzata da Chiara Poggi.

La simbologia esiste davvero. Ciò che non è dimostrato è che i colori degli slip siano stati scelti intenzionalmente, che la loro disposizione avesse un significato rituale o che tutto questo abbia avuto un ruolo nell’omicidio.

🩲 I quattro slip e la traccia 64: prima di tutto, il reperto

Prima di finire tra alchimisti e manoscritti dobbiamo tornare nella villetta di via Pascoli.

Perché quei quattro slip esistono realmente nella documentazione del caso.

Grimaldi parte da un documento del marzo 2025, attribuito al capitano Alberto Marino del RIS di Parma e relativo alle verifiche sui materiali ancora disponibili della vecchia inchiesta.

Nel passaggio pubblicato dal giornalista gli indumenti vengono identificati come traccia 64 della relazione tecnica biologica del 15 novembre 2007.

E la descrizione è piuttosto precisa.

Gli slip vengono indicati come rinvenuti “sul divano”, al di sotto dell’indumento rosso documentato nella fotografia DSC02983, richiamata come foto numero 27 del verbale R.O.N.O. di Pavia del 13 agosto 2007.

Quasi un mese dopo, durante il sopralluogo del 12 settembre 2007, gli operatori del RIS li fotografano insieme a due nastri. Il documento richiama il file DSCN0093.

📌 Che cosa risulta dal documento citato da Grimaldi

  • gli slip vengono identificati come traccia 64;
  • sono collegati alla relazione tecnica biologica del 15 novembre 2007;
  • vengono descritti come rinvenuti sul divano, sotto un indumento rosso;
  • il 12 settembre risultano fotografati dagli operatori del RIS insieme a due nastri;
  • furono sottoposti al test PSA, con esito negativo;
  • secondo la relazione del 2025, sarebbero ancora disponibili per eventuali accertamenti genetici.

E quando ho letto questa parte ho pensato:

Bene. Almeno qui sembra tutto abbastanza lineare.

Poi ho continuato a leggere.

E ovviamente semplice non era per niente.

🛍️ Il sacchetto, il divano e quel dettaglio che cambia

Grimaldi richiama infatti le fotografie del 13 agosto e osserva che gli slip sembrerebbero trovarsi all’interno di un sacchetto sul divano.

Nella documentazione successiva li ritroviamo invece fuori dal sacchetto, sotto l’indumento rosso.

E io qui una domanda me la faccio.

Che cosa è successo nel frattempo?

Grimaldi propone una risposta molto netta: nella sua ricostruzione qualcuno avrebbe estratto e spostato gli slip senza che quel passaggio risultasse adeguatamente documentato.

Io non posso dirvi che sia andata così.

Durante un sopralluogo gli oggetti vengono osservati, spostati, fotografati, repertati. Il semplice fatto che un reperto compaia in una posizione differente non dimostra da solo una manomissione.

Ma per questa storia la posizione originaria conta parecchio.

Perché tra poco cominceremo a parlare proprio dei colori di quegli indumenti e del possibile significato attribuito alla loro presenza.

E allora io voglio sapere una cosa molto terra terra:

quella disposizione apparteneva davvero alla scena originaria oppure la stiamo osservando dopo che gli indumenti erano già stati movimentati?

🧠💭 Io posso pure accettare che qualcuno abbia aperto il sacchetto durante un normale accertamento.

Ci mancherebbe.

Ma allora fatemi trovare quel passaggio.

Perché se tra cinque minuti vogliamo dare importanza alla posizione di quattro colori, sapere chi ha sistemato quegli indumenti in quel modo non è proprio un dettaglio.

📌 Una cosa da tenere a mente

Le fotografie e la documentazione richiamate da Grimaldi pongono una domanda sulla movimentazione degli slip.

Non permettono, da sole, di stabilire che sia avvenuta un’alterazione irregolare della scena.

Per noi il punto è un altro: prima di attribuire un significato alla disposizione degli indumenti dobbiamo sapere quanto quella disposizione corrisponda alla scena originaria.

🧬 Il test PSA e la domanda più semplice di tutte

Poi ho trovato un particolare che mi ha colpita persino più della questione dello spostamento.

Gli slip furono sottoposti al test PSA, utilizzato in ambito forense per ricercare l’antigene prostatico specifico. Secondo il documento citato da Grimaldi, l’esito fu negativo.

Fin qui, niente che mi facesse sobbalzare.

Poi arriva la relazione del 2025.

E lì viene indicato che gli indumenti si presterebbero ancora allo svolgimento di accertamenti genetici, qualora ritenuti di interesse.

No, aspettate un momento.

Sono reperti del 2007.

E dopo tutti questi anni potrebbero ancora essere sottoposti ad accertamenti genetici?

La mia prima domanda non è stata:

“Che cosa significa il rosso nell’alchimia?”

È stata:

“Ma di chi erano quei quattro slip?”

Erano tutti di Chiara?

Appartenevano alla stessa persona?

Perché quattro indumenti si trovavano insieme proprio lì?

Io queste risposte non le ho.

E il semplice fatto che quegli slip fossero all’interno della villetta non ci autorizza ad attribuirli automaticamente tutti a Chiara Poggi.

Se davvero fossero ancora nelle condizioni di essere analizzati, almeno una parte di questa storia potrebbe forse ricevere una risposta da qualcosa di molto meno misterioso di un simbolo alchemico:

il DNA.

🧠💭 E questa cosa continua a sembrarmi quasi paradossale.

Sto per portarvi tra manoscritti del Cinquecento, alchimisti e organizzazioni esoteriche mentre quattro reperti reali sembrano lasciarci ancora la domanda più semplice di tutte:

di chi erano?

Questa domanda teniamocela in tasca.

Ci torniamo alla fine.

⚗️ Nero, bianco, giallo e rosso: e qui la storia cambia

Ed eccoci ai quattro colori.

Nero. Bianco. Giallo-verde chiaro. Rosso.

Presi così, sinceramente, non mi avrebbero detto niente.

Poi Grimaldi li mette in relazione con:

  • nero → nigredo;
  • bianco → albedo;
  • giallo → citrinitas;
  • rosso → rubedo.

E sostiene che richiamino le fasi della Grande Opera alchemica, la cosiddetta Magnum Opus.

Io di alchimia avevo letto qualcosa.

Ma non abbastanza da sapere, guardando quella sequenza, se Grimaldi avesse trovato una corrispondenza reale oppure una di quelle associazioni che funzionano benissimo soltanto dopo che qualcuno ce le ha suggerite.

Così sono partita dalla domanda più semplice:

nero, bianco, giallo e rosso sono davvero collegati alla Grande Opera?

Ed è qui che è arrivata la prima sorpresa.

🜍 Nigredo, albedo, citrinitas e rubedo: cosa significano davvero

Sono andata a cercare aspettandomi, lo confesso, una corrispondenza un po’ tirata per i capelli.

Invece no.

Nero, bianco, giallo e rosso compaiono davvero nella tradizione alchemica.

La sequenza viene associata, con variazioni a seconda degli autori e delle epoche, alle fasi di trasformazione della materia chiamate nigredo, albedo, citrinitas e rubedo.

Anche la ricerca storico-scientifica contemporanea documenta l’importanza attribuita ai cambiamenti cromatici nella pratica alchemica e nella cosiddetta chymistry della prima età moderna. Un approfondimento di Cambridge University Press ricostruisce proprio il ruolo dei colori nelle trasformazioni della materia.

Attenzione però a non immaginare l’alchimia come un manuale unico rimasto identico per secoli.

Non lo era.

Gli schemi cambiano e in alcune tradizioni successive la citrinitas perde persino la propria autonomia, tanto che la Grande Opera viene talvolta ridotta a tre fasi principali.

Ma la sequenza a quattro colori ha una base storica reale.

⚫ Nigredo: il nero

La nigredo, l’annerimento, viene generalmente associata alla fase della decomposizione, della putrefazione e della dissoluzione.

La materia precedente viene disgregata affinché possa iniziare la trasformazione.

Quindi no: il nero non compare semplicemente perché fa molto morte, mistero e mantello col cappuccio.

Ha un significato preciso nel linguaggio alchemico.

⚪ Albedo: il bianco

Dopo il nero arriva il bianco.

L’albedo viene associata alla purificazione, al lavaggio, alla separazione.

È il passaggio dalla materia disgregata verso una condizione considerata più pura.

🟡 Citrinitas: il giallo

Ed eccoci al colore che mi ha fatto storcere un po’ il naso.

Perché nella documentazione richiamata da Grimaldi lo slip non viene descritto semplicemente come giallo.

È giallo-verde chiaro.

La citrinitas, invece, richiama il giallo ed è stata associata alla comparsa della luce e a una fase ulteriore della trasformazione.

Quindi sì: il rapporto tra giallo e citrinitas esiste.

Ma non voglio far sparire quel “verde chiaro” soltanto perché rende la storia meno perfetta.

È una sfumatura? Letteralmente sì. Ma se stiamo parlando proprio di colori, direi che vale la pena ricordarsela.

🔴 Rubedo: il rosso

Infine arriva la rubedo.

Il rosso rappresenta il compimento della trasformazione, la fase finale della Grande Opera, tradizionalmente collegata alla realizzazione della Pietra Filosofale.

E qui ho riguardato quella sequenza.

Nero.

Bianco.

Giallo.

Rosso.

Nigredo. Albedo. Citrinitas. Rubedo.

Cioè… la corrispondenza storica esiste davvero.

⚠️ Fermi tutti: rimettiamo i pezzi al loro posto

La sequenza nero, bianco, giallo e rosso appartiene realmente alla tradizione alchemica ed è associata a nigredo, albedo, citrinitas e rubedo.

Gli slip della traccia 64 vengono descritti con colori che richiamano quella sequenza.

Questo è il dato interessante.

Non sappiamo invece se gli indumenti siano stati scelti per i loro colori, se fossero realmente ordinati secondo la Grande Opera o se qualcuno abbia mai voluto attribuire loro quel significato.

La corrispondenza esiste. L’intenzione no: almeno non è dimostrata.

Ed è qui che la storia mi ha fregata.

Perché se tutto fosse finito con quattro colori avrei potuto pensare: bella coincidenza, archiviamo e buonanotte.

Ma nell’articolo di Grimaldi comparivano anche delle immagini.

Immagini alchemiche che, secondo la sua ricostruzione, sarebbero emerse dai dati recuperati dalla copia forense della chiavetta utilizzata da Chiara.

E allora la domanda è diventata un’altra:

che cosa rappresentavano quelle immagini?

🔑 Basilius Valentinus e le Dodici Chiavi della Filosofia

Il primo nome che ho incontrato è Basilius Valentinus.

O Basilio Valentino.

Grimaldi richiama alcune immagini riconducibili a un’opera celebre della tradizione alchemica:

Le Dodici Chiavi della Filosofia.

Naturalmente sono andata a cercarla.

E dopo cinque minuti avevo già trovato un altro piccolo mistero dentro il mistero.

Chi diavolo era davvero Basilius Valentinus?

La versione più romantica lo presenta come un monaco benedettino e alchimista del Quattrocento.

Solo che gli scritti attribuiti a questo nome emergono alla fine del XVI secolo.

L’identità dell’autore resta quindi controversa. L’Alchemy Website di Adam McLean, archivio dedicato alla storia e all’iconografia alchemica, colloca infatti la comparsa degli scritti attribuiti a Basil Valentine negli ultimi anni del Cinquecento.

Tra le figure indicate dagli studi compare anche Johann Thölde, editore tedesco vissuto tra Cinquecento e Seicento, proposto come possibile autore o comunque protagonista della pubblicazione di quelle opere.

🧠💭 Fantastico.

Io ero partita da quattro slip su un divano a Garlasco e nel giro di mezz’ora stavo cercando di capire se un monaco alchimista del Quattrocento fosse mai realmente esistito.

Cioè, ditemi voi come faccio poi a chiudere il computer e andare a dormire.

Per la nostra storia, però, una cosa è certa:

Le Dodici Chiavi esistono.

Il testo viene pubblicato nel 1599 all’interno di un trattato dedicato alla Pietra Filosofale.

Le “chiavi” sono dodici passaggi allegorici attraverso i quali viene raccontato il processo che dovrebbe condurre alla preparazione della Pietra.

Dietro animali, sovrani, combattimenti e trasformazioni fantastiche possono nascondersi anche operazioni e sostanze riconducibili alla pratica chimica dell’epoca, come spiega anche un approfondimento di Chemistry World.

Insomma, non stavo guardando semplicemente dodici immagini “magiche”.

Stavo cercando di leggere un linguaggio allegorico vecchio di secoli.

🖼️ E le immagini più famose all’inizio non c’erano

Questa cosa mi ha sorpresa parecchio.

L’edizione del 1599 delle Dodici Chiavi non conteneva le celebri immagini che oggi associamo immediatamente all’opera.

Le prime xilografie compaiono nel 1602, mentre la serie di incisioni diventata poi iconica viene pubblicata nel 1618 nel Tripus Aureus di Michael Maier.

La cronologia è ricostruita anche nell’archivio di Adam McLean dedicato alle Dodici Chiavi.

E questa non è pignoleria da topo di biblioteca.

Perché se qualcuno mi dice che un’immagine recuperata da una chiavetta è “di Basilius Valentinus”, io voglio sapere quale immagine e da quale tradizione iconografica provenga.

Grimaldi richiama in particolare due tavole.

La settima.

E la dodicesima.

E secondo voi potevo non andare a guardarmele?

⚖️ La settima chiave: una donna, una spada e una bilancia

Nella celebre rappresentazione della settima chiave compare una figura femminile con una spada e una bilancia.

Davanti a lei si trova un grande recipiente e intorno compaiono diversi elementi simbolici.

Potete osservare direttamente l’incisione della settima chiave.

Io l’ho aperta.

E il mio cervello ha immediatamente cominciato a fare quello che fa sempre.

Bilancia: giustizia.

Spada: violenza.

Figure oscure: morte.

No. Così è troppo facile.

Quell’incisione non nasce pensando a Garlasco.

Nasce secoli prima, dentro un testo alchemico, e quei simboli possiedono già un loro linguaggio.

⚠️ Una regola prima di continuare

Un simbolo antico non cambia significato soltanto perché lo guardiamo dentro la storia di un omicidio.

Prima dobbiamo capire che cosa rappresentava nel contesto originale.

Altrimenti rischiamo di non interpretarlo affatto: rischiamo semplicemente di fargli dire quello che vogliamo noi.

🔴 La dodicesima chiave e il compimento

Poi sono arrivata alla dodicesima chiave.

E qui ho capito immediatamente perché Grimaldi si sia soffermato proprio su questa.

Perché è l’ultima.

Il testo ci porta alla conclusione del percorso: la Pietra è ormai preparata e si passa al suo utilizzo.

Potete leggere la trascrizione storica delle Dodici Chiavi di Basil Valentine e osservare separatamente l’incisione della dodicesima chiave.

E mentre leggevo mi è tornata in mente una parola.

Rubedo.

Il rosso.

Il compimento della Grande Opera.

Da una parte avevo la rubedo come fase conclusiva.

Dall’altra la dodicesima chiave come conclusione del percorso.

E qui la suggestione diventa forte. Inutile fingere che non lo sia.

Capisco perfettamente perché Grimaldi abbia messo questi elementi uno accanto all’altro.

E la domanda viene quasi spontanea:

possibile che sia tutto casuale?

Io quella domanda me la faccio.

Ma non posso trasformarla nella risposta.

🧠💭 A questo punto la storia mi aveva presa parecchio.

Perché continuavo a trovare elementi reali: i colori esistono, le Dodici Chiavi esistono, la dodicesima è davvero la conclusione del percorso.

E mo viene il bello.

Perché ormai non mi chiedevo più se quel mondo simbolico esistesse.

Esiste.

La domanda era diventata:

che cosa ci fa dentro questa storia?

💾 Il problema della chiavetta

Ed eccoci al punto in cui dobbiamo lasciare per un momento gli alchimisti e tornare a un oggetto molto più moderno.

La chiavetta USB.

Grimaldi sostiene che alcune immagini riconducibili alle Dodici Chiavi siano emerse attraverso il carving della copia forense della chiavetta utilizzata da Chiara Poggi.

Il carving è una tecnica che permette di recuperare dati o frammenti di file che non compaiono più normalmente nella struttura visibile del dispositivo.

E qui c’è una distinzione importantissima.

“Recuperata dalla chiavetta” non significa automaticamente “cercata e salvata volontariamente da Chiara”.

Un file recuperato da solo non racconta chi lo abbia inserito, quando, attraverso quale programma o perché.

E soprattutto io non dispongo della copia forense originale né di una relazione tecnica pubblica completa che mi permetta di prendere il file recuperato e confrontarlo personalmente con la tavola storica.

🔍 Qui c’è una linea che non voglio oltrepassare

Posso controllare direttamente l’esistenza delle Dodici Chiavi, la loro storia e le incisioni citate.

Non posso invece certificare personalmente che quelle precise immagini siano realmente quelle recuperate dalla chiavetta, perché non ho davanti i file forensi.

Questa parte della storia deriva quindi dalla ricostruzione di Luigi Grimaldi.

📜 Giovan Battista Nazari, l’Azoth e un’altra porta che si apre

Poteva bastare?

Ma quando mai.

Perché Grimaldi richiama anche immagini ricondotte a Giovan Battista Nazari.

E quindi eccomi di nuovo a cercare.

📖 Chi era Giovan Battista Nazari?

Questa volta almeno non ho dovuto chiedermi se il personaggio fosse realmente esistito.

Nazari è un autore storico bresciano e nel 1572 pubblica Della tramutatione metallica sogni tre, poi ampliato nel 1599.

L’opera è registrata anche su Wikisource, mentre uno studio dello storico Frank Greiner analizza proprio l’iniziazione alchemica nell’opera di Nazari.

E il titolo già ci dice parecchio.

Sogni tre.

Nazari costruisce infatti un viaggio allegorico articolato attraverso tre sogni.

Nel primo affronta quella che considera la falsa trasmutazione sofistica; nel secondo la trasmutazione reale e pratica; nel terzo arriva alla trasmutazione filosofica.

Il sapere viene raccontato attraverso figure, creature, metafore e immagini simboliche.

🧠💭 E qui ho capito una cosa che mi è servita per tutto il resto della ricerca.

Quando noi vediamo oggi una creatura mostruosa in un’immagine del Cinquecento possiamo pensare immediatamente: morte, demonio, rituale.

Ma quella creatura potrebbe rappresentare una sostanza, una trasformazione, una fase del processo.

Prima di gridare al satanismo, almeno traduciamo la lingua che stiamo guardando.

👹 La figura mostruosa e la nigredo

Grimaldi parla, tra le immagini individuate, di una “figura mostruosa legata alla nigredo”.

Letta così, capisco benissimo l’effetto.

Mostro. Nigredo. Alchimia. Omicidio.

Il film parte da solo.

Ma la nigredo è realmente una fase dell’alchimia legata all’annerimento e alla dissoluzione, e Nazari utilizza realmente figure allegoriche per raccontare la trasformazione.

Questo però non mi permette di identificare da sola il file recuperato.

Per farlo dovrei avere davanti l’immagine forense e la xilografia originale.

Io la prima non ce l’ho.

Quindi qui mi fermo.

🜍 E poi arriva l’Azoth

A quel punto continuava a comparire una parola:

Azoth.

Fate una ricerca online e nel giro di trenta secondi siete sommersi da serpenti, stelle, mercurio, diagrammi, figure maschili e femminili.

Praticamente Pinterest, ma con più mercurio e meno arredamento shabby chic.

L’Azoth, però, non è una moderna invenzione occultista.

È un termine storico della tradizione alchemica, legato soprattutto al mercurio e al principio della trasformazione.

E qui ho dovuto fare un po’ d’ordine.

Perché Nazari è Nazari.

Basilius Valentinus è un’altra tradizione.

L’Azoth attraversa invece un universo più ampio e compare anche nell’ambito delle opere attribuite a Basil Valentine.

🧠💭 No, aspettate un momento.

Qua rischiamo di mettere tutto nello stesso pentolone soltanto perché profuma di alchimia.

Nazari non è Basilius Valentinus. Azoth non significa automaticamente Nazari. Nigredo non significa automaticamente rituale.

Queste cose appartengono allo stesso grande universo culturale, sì.

Ma non sono la stessa cosa.

🔄 Solve et coagula

Dentro questo mondo compare continuamente anche l’espressione solve et coagula.

Semplificando molto: sciogli e ricomponi.

Disgregare, separare, trasformare e ricostituire la materia.

È difficile non notare quanto questo linguaggio dialoghi con il percorso che abbiamo già incontrato: dissoluzione, purificazione, trasformazione, compimento.

Ma ancora una volta il punto non è dire:

“Ecco, quindi qualcuno ha messo in scena un rituale a Garlasco.”

Questa prova non esiste.

Il punto è capire perché tutti questi riferimenti comincino a trovarsi nello stesso racconto.

E qui Grimaldi apre un’altra porta.

L’Ordine dei Nove Angoli.

🕯️ L’Ordine dei Nove Angoli: qui il tono cambia

Quando sono arrivata all’Ordine dei Nove Angoli, o O9A, ho smesso per un momento di divertirmi con alchimisti e incisioni.

Perché qui non siamo più nel Cinquecento.

Parliamo di un ambiente contemporaneo nel quale sono stati documentati intrecci tra satanismo, ideologia neonazista, accelerationismo e radicalizzazione violenta.

L’Institute for Strategic Dialogue descrive l’O9A come una realtà decentralizzata che ha esercitato influenza su ambienti estremisti.

Anche il Center on Terrorism, Extremism, and Counterterrorism del Middlebury Institute ne analizza il ruolo nei processi di radicalizzazione verso la violenza.

Quindi preferisco evitare la formula facile della “misteriosa setta satanica”.

La realtà è più seria e molto meno folkloristica.

⚗️ Ma il legame tra O9A e alchimia esiste davvero?

Questa era la domanda che mi interessava.

E ammetto che mi aspettavo di trovare un collegamento molto più debole.

Invece l’alchimia compare realmente all’interno del sistema esoterico dell’O9A.

Uno dei percorsi centrali è chiamato Seven Fold Way, il Cammino Settemplice, strutturato in stadi di trasformazione dell’individuo e legato anche a una cosmologia planetaria.

Materiali riferibili allo stesso ambiente O9A utilizzano esplicitamente un linguaggio ermetico e alchemico.

Un documento dedicato alle origini storiche del sistema settenario richiama proprio queste influenze.

E qui ho guardato lo schermo e ho pensato: “Ah. Quindi pure questa.”

🜍 E indovinate quale parola ricompare?

Azoth.

In raccolte di testi riconducibili alla tradizione O9A compare persino un approfondimento intitolato Azoth: Western Alchemy and the Seven Fold Way.

Quindi sì:

il rapporto culturale tra O9A e alchimia esiste indipendentemente dal caso Garlasco.

📌 Qui fermiamo una possibile scorciatoia

Possiamo documentare che l’O9A utilizzi riferimenti provenienti dall’alchimia e dall’ermetismo.

Ma il ragionamento contrario non funziona.

Alchimia non significa O9A.

Una persona può leggere Basilius Valentinus, studiare l’Azoth o guardare una tavola alchemica senza avere alcun rapporto con l’Ordine dei Nove Angoli.

Per collegare concretamente qualcuno all’O9A servirebbe un elemento specifico riferibile all’organizzazione.

🧠💭 E qui smettiamo proprio di giocare.

Una cosa sono io che mi perdo felicemente per tre ore dentro un’incisione del Seicento.

Un’altra è trascinare dentro il delitto di Chiara Poggi un ambiente contemporaneo legato all’estremismo senza avere il pezzo che lo collega realmente alla storia.

Quello sarebbe troppo.

📚 Perché Grimaldi arriva fino all’O9A

Il riferimento, comunque, non nasce con questo ultimo articolo.

Luigi Grimaldi aveva già dedicato un lavoro più ampio alla cosiddetta pista della setta nel caso Garlasco.

Chi vuole capire direttamente da dove nasce la sua interpretazione può consultare anche l’ebook dedicato alla pista della setta nel delitto di Garlasco, disponibile gratuitamente.

Ve lo linko perché su una cosa sono abbastanza fissata:

se vi racconto ciò che sostiene qualcuno, voglio darvi anche la possibilità di andare a leggerlo direttamente.

🔍 E allora, dopo tutto questo viaggio, che cosa mi è rimasto?

Sono partita da quattro slip.

Sono finita tra la Grande Opera, un alchimista dall’identità misteriosa, un autore bresciano del Cinquecento, incisioni del Seicento, l’Azoth e l’Ordine dei Nove Angoli.

Direi che come deviazione dal percorso non è male.

Ma arrivata qui non sento il bisogno di “smontare” la teoria di Grimaldi.

Non era questo che volevo fare.

Volevo capire perché il suo articolo mi avesse colpita tanto.

E adesso credo di saperlo.

Perché alcune delle corrispondenze che cita non sono inventate.

La sequenza alchemica esiste.

Le Dodici Chiavi esistono.

Nazari esiste.

L’Azoth appartiene realmente alla tradizione alchemica.

L’O9A utilizza realmente riferimenti alchemici.

Messi tutti insieme fanno impressione.

Cioè, ma qua almeno la domanda me la dovete far fare.

Solo che poi arriva la parte meno cinematografica e più importante.

Mancano i ponti.

Non sappiamo se i quattro colori degli slip fossero intenzionali.

Non sappiamo se esistesse davvero un ordine originario corrispondente a nero, bianco, giallo e rosso.

Non posso verificare direttamente i file forensi indicati da Grimaldi.

Non sappiamo chi abbia eventualmente cercato, salvato o visualizzato quelle immagini.

E soprattutto non abbiamo un elemento che colleghi concretamente quegli slip, quei file o Chiara Poggi all’Ordine dei Nove Angoli.

⚖️ Quello che sappiamo e quello che ancora no

Sappiamo che:

  • i quattro slip compaiono nella documentazione come traccia 64;
  • la loro posizione cambia nella documentazione richiamata da Grimaldi;
  • furono sottoposti a test PSA con esito negativo;
  • secondo la relazione del 2025 sarebbero ancora disponibili per eventuali accertamenti genetici;
  • i colori descritti richiamano realmente una sequenza presente nella tradizione alchemica;
  • le opere e i simboli storici citati esistono;
  • l’O9A utilizza realmente riferimenti alchemici ed ermetici.

Non sappiamo invece:

  • se i colori degli slip avessero un significato intenzionale;
  • se la loro disposizione originaria formasse davvero quella sequenza;
  • chi abbia eventualmente inserito o visualizzato le immagini alchemiche richiamate da Grimaldi;
  • quando quei file siano arrivati sulla chiavetta e in quale contesto;
  • se esista un collegamento concreto tra questi elementi e l’O9A;
  • se uno qualsiasi di questi aspetti abbia avuto un ruolo nel delitto di Chiara Poggi.

🧠💭 Io posso pure accettare una coincidenza.

E posso accettarne anche più di una.

Ma quando comincio a trovarne diverse nello stesso racconto, una domanda me la faccio.

Non perché la quantità delle coincidenze diventi automaticamente una prova.

Ma perché è esattamente lì che nasce la curiosità che mi porta ad approfondire una storia.

E poi mi fermo dove finiscono i documenti.

Mi lascio coinvolgere dalla storia. Non trascinare dalla teoria.

E sapete qual è la cosa che trovo quasi ironica?

Dopo tutto questo viaggio torno esattamente alla domanda che mi ero fatta prima di aprire il primo libro di alchimia.

Di chi erano quei quattro slip?

Perché se davvero esistono ancora e se davvero possono essere sottoposti ad accertamenti genetici, quella mi sembra una domanda straordinariamente concreta.

E forse è proprio questo il dettaglio più interessante riportato alla luce da Luigi Grimaldi.

Non perché quattro colori ci abbiano finalmente rivelato il significato nascosto del delitto di Garlasco.

Questo non possiamo dirlo.

Ma perché quei quattro indumenti erano lì.

Sono stati fotografati.

Sono stati analizzati.

La loro posizione merita di essere ricostruita.

E, a distanza di quasi vent’anni, potrebbero ancora avere qualcosa di molto concreto da raccontare.

Altro che Pietra Filosofale.

Io, prima, chiederei al DNA.

Domande frequenti

Che cosa sono i quattro slip della traccia 64?

Sono quattro indumenti da donna citati nella documentazione biologica del caso Garlasco e indicati come traccia 64. Secondo il documento riportato da Luigi Grimaldi, erano collegati al divano della villetta e furono successivamente sottoposti ad accertamenti.

È stato dimostrato che gli slip furono manomessi?

No. Grimaldi interpreta le differenze tra le fotografie come un possibile spostamento non adeguatamente documentato. Le immagini possono porre una domanda sulla movimentazione degli oggetti, ma non dimostrano da sole una manomissione intenzionale della scena.

Nero, bianco, giallo e rosso sono davvero colori alchemici?

Sì. La sequenza viene associata nella tradizione alchemica a nigredo, albedo, citrinitas e rubedo. Questo conferma la corrispondenza storica, non che i colori degli slip siano stati scelti intenzionalmente per rappresentarla.

Le immagini delle Dodici Chiavi erano davvero sulla chiavetta di Chiara?

È quanto sostiene la ricostruzione di Luigi Grimaldi sulla base del materiale recuperato mediante carving. Non avendo a disposizione i file forensi originali e la relativa documentazione tecnica completa, non ho potuto verificare personalmente l’identificazione di quelle immagini.

Esiste un collegamento dimostrato tra il caso Garlasco e l’Ordine dei Nove Angoli?

No. È documentabile che l’O9A abbia utilizzato elementi della tradizione alchemica ed ermetica, ma questo non dimostra un collegamento con Chiara Poggi, con gli slip o con l’omicidio. Per sostenerlo servirebbero elementi specifici riferibili all’organizzazione.

Gli slip potrebbero essere analizzati ancora oggi?

Secondo la relazione del 2025 riportata da Grimaldi, i reperti si presterebbero ancora a eventuali accertamenti genetici, qualora ritenuti di interesse. La concreta possibilità e utilità di nuove analisi dipenderebbe naturalmente dalle condizioni dei reperti e dalle valutazioni degli specialisti.

💬 La domanda che lascio a voi

Io da questa storia sono uscita con più domande di quante ne avessi quando ho cominciato.

E forse è proprio per questo che volevo raccontarvela.

Quattro slip di quattro colori diversi possono essere semplicemente quattro slip di quattro colori diversi.

Oppure possono essere un dettaglio al quale, per qualche ragione, non abbiamo ancora dato abbastanza attenzione.

Non lo so.

Ma dopo aver seguito Grimaldi dentro questa storia e aver passato ore tra documenti, alchimisti e simboli, c’è una cosa che vorrei sapere prima di tutte le altre:

se quei reperti possono ancora parlare, perché non cominciare chiedendo loro semplicemente a chi appartenevano?

E poi, eventualmente, torniamo pure all’alchimia.

Il caffè, a quel punto, però lo rifacciamo. ☕

🔎 Continua a leggere

Se vuoi continuare a seguire con me i dettagli ancora discussi del caso Garlasco, qui trovi l’approfondimento sul cestino svuotatasche, la chiavetta USB e le fotografie scattate nella villetta.

👉
Delitto di Garlasco, il cestino svuotatasche: cosa è emerso e i nuovi dubbi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *