Il DNA sulle unghie di Chiara Poggi collegava davvero Andrea Sempio al delitto?
Ci sono frasi che, ripetute abbastanza volte, finiscono per sembrare fatti incontestabili. Una di queste è: «Sotto le unghie di Chiara Poggi c’era il DNA di Andrea Sempio».
È una formula forte, immediata, quasi definitiva. Ma è anche una semplificazione. Ciò che venne analizzato non restituì un nome scritto dentro una provetta, né un profilo genetico completo capace di indicare senza incertezze una sola persona.
Il materiale proveniva dai margini ungueali di Chiara Poggi e conteneva alcuni segnali maschili parziali. Nel 2017 gli esperti li interpretarono in modo diverso: alcuni sostennero una compatibilità con la linea paterna della famiglia di Andrea Sempio, mentre altri considerarono i dati troppo incompleti e problematici per consentire un’attribuzione scientificamente solida.
Ma esiste anche la domanda opposta: se quella traccia non aveva alcun significato, perché Andrea Sempio è tornato al centro dell’inchiesta? E se nelle prime dichiarazioni dei genitori di Chiara non venne ricordato come un frequentatore abituale della villetta, basta davvero ipotizzare un contatto occasionale con il computer di casa per spiegare quella possibile compatibilità?
Per capire che cosa possa raccontarci davvero quel DNA dobbiamo allora entrare nel laboratorio. Solo così possiamo separare il risultato scientifico dalle interpretazioni e dalle conclusioni che qualcuno vorrebbe presentarci come già scritte.
📌 In breve
Il materiale analizzato proveniva dai margini ungueali di Chiara Poggi e conteneva segnali genetici maschili parziali. Nel 2017 gli esperti si divisero: alcuni sostennero una compatibilità con la linea paterna della famiglia di Andrea Sempio, mentre altri considerarono i dati troppo fragili e incompleti. Nel 2025 una nuova perizia ha confermato la compatibilità con quella linea paterna, precisando però che il risultato non identifica individualmente Andrea Sempio e non permette di stabilire quando, come o perché il materiale biologico sia arrivato sui margini ungueali di Chiara.
⚖️ Una precisazione necessaria: Andrea Sempio non è stato condannato per il delitto di Garlasco e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. La compatibilità con una linea paterna non identifica automaticamente una persona e non dimostra un coinvolgimento nell’omicidio.
📑 In questo articolo
💅 “Sotto le unghie” oppure sui margini ungueali?
Nei titoli giornalistici leggiamo spesso che il DNA maschile sarebbe stato trovato “sotto le unghie di Chiara Poggi”. È una formula capace di evocare immediatamente un graffio e un tentativo di difesa. Ma gli atti parlano più correttamente di margini o frammenti ungueali.
Durante le analisi successive venne trattata l’intera porzione terminale delle unghie. Una volta processato il frammento, non era più possibile stabilire se la componente genetica maschile si trovasse sulla superficie, lungo il bordo oppure nella parte concava.
Questo impedisce di trasformare automaticamente la traccia nella prova che Chiara abbia graffiato il proprio aggressore. Allo stesso tempo, però, non dimostra che il materiale fosse superficiale o che sia arrivato attraverso il computer o un altro oggetto: anche il trasferimento indiretto rimane un’ipotesi da dimostrare.
💭 Una parola che cambia la scena. Anch’io, leggendo “DNA sotto le unghie”, avevo immaginato una traccia rimasta incastrata durante una colluttazione. Ma quella preposizione ci mostra già una dinamica che il reperto non permette di ricostruire. Prima ancora di chiederci a chi appartenesse il DNA, dovremmo domandarci quanto della scena raccontata dai titoli sia stato realmente dimostrato.

🧪 Dai tamponi alle analisi successive
L’autopsia di Chiara Poggi venne eseguita il 16 agosto 2007 all’obitorio dell’ospedale di Vigevano dal medico legale Marco Ballardini. Le unghie furono tagliate al margine distale del letto ungueale e repertate in due contenitori complessivi: uno per la mano destra e uno per la sinistra.
Le attuali raccomandazioni del GeFI prevedono che il materiale presente sotto le unghie possa essere raccolto mediante un tampone per ciascun dito oppure attraverso il prelievo dell’estremità dell’unghia, considerando ogni campione come un singolo reperto. Non possiamo applicare retroattivamente gli standard attuali come se fossero automaticamente obbligatori nel 2007, ma una separazione immediata avrebbe tutelato meglio provenienza e tracciabilità del materiale.
Quando nel 2014 il professor Francesco De Stefano ricevette i reperti, nelle due provette esterne erano presenti cinque contenitori numerati per la mano destra e soltanto quattro per la sinistra. Delle dieci unghie prelevate durante l’autopsia ne risultavano disponibili nove.

Questa sequenza è ricostruita attraverso la documentazione dell’autopsia riportata da Il Giorno, che ha approfondito anche il caso dell’unghia non più disponibile.
Nel 2007 il RIS di Parma effettuò tamponamenti mirati sui reperti ungueali. Le analisi restituirono soprattutto il profilo genetico di Chiara, dominante anche per la presenza del suo sangue, senza fornire un contributo maschile chiaramente interpretabile e utilizzabile per un’identificazione.
Il reperto successivamente indicato come MDX5, riferito al mignolo della mano destra, era costituito da frammenti molto piccoli e non venne sottoposto al medesimo trattamento. Proprio quel campione sarebbe diventato uno dei più discussi nelle letture successive.
Nel 2014 De Stefano adottò un procedimento differente: i frammenti rimasti vennero sottoposti a lavaggio e discioglimento per estrarre quanto più materiale possibile. Emersero così, accanto al profilo predominante di Chiara, alcuni segnali genetici maschili che i primi tamponamenti non avevano restituito in forma utilizzabile.
I risultati diversi non dimostrano che il DNA sia comparso misteriosamente: un tampone mirato e il trattamento dell’intero frammento non sono lo stesso esame. Questa spiegazione tecnica, però, non cancella le conseguenze delle scelte compiute.
Il procedimento del 2014 consumò infatti il materiale disponibile. Da quel momento non sarebbe più stato possibile ripetere l’analisi direttamente sulle unghie con strumenti o protocolli differenti.
🧠 Quando il reperto scompare, rimangono soltanto i dati. Due contenitori iniziali, un’unghia non più disponibile, campioni trattati diversamente e infine consumati. Possiamo studiare ancora i grafici, discutere i picchi e applicare nuovi calcoli, ma nessuno può più tornare alle unghie di Chiara e ripetere l’esame da principio. Ed è questo il punto che mi inquieta: su quel materiale si continuano a costruire ipotesi opposte, mentre l’unico elemento che avrebbe potuto aiutarci a controllarle non esiste più.
Le valutazioni successive dovettero quindi basarsi sui dati conservati e sui grafici prodotti durante le analisi. Ed è negli elettroferogrammi che compaiono i picchi destinati a dividere gli esperti: segnali leggibili di uno o più profili maschili oppure dati troppo fragili per sostenere un confronto affidabile?
📊 Che cosa mostravano realmente gli elettroferogrammi
Un elettroferogramma può sembrare un grafico incomprensibile pieno di linee colorate. In realtà rappresenta il risultato dell’amplificazione del DNA: in corrispondenza dei marcatori genetici analizzati compaiono dei picchi, la cui posizione e altezza aiutano il genetista a valutare quali caratteristiche siano presenti nel campione.
Ma un picco non equivale automaticamente a una persona. Per ricostruire un profilo genetico attendibile occorre verificare che i segnali superino le soglie stabilite, siano distinguibili dal rumore di fondo e, soprattutto, trovino conferma nelle repliche dell’analisi.
Nei tracciati ottenuti dai margini ungueali di Chiara Poggi il contributo genetico della vittima risultava nettamente predominante. Accanto a esso comparivano alcuni segnali maschili, ma non un profilo completo, lineare e immediatamente attribuibile a un solo individuo.
Il problema era proprio la fragilità di quei segnali. Quando il materiale genetico è scarso o degradato, l’amplificazione può produrre risultati instabili: un allele può comparire in una prova e non nella successiva, alcuni picchi possono rimanere sotto la soglia interpretativa e altri possono essere confusi con fenomeni tecnici o rumore strumentale.

Per questo gli esperti devono distinguere tra:
- picchi confermati, ripetuti e sufficientemente leggibili;
- segnali deboli, presenti soltanto in alcune amplificazioni;
- possibili artefatti tecnici;
- marcatori mancanti, che rendono il profilo parziale o incompleto;
- picchi appartenenti a persone diverse, indicativi di una possibile miscela genetica.
Nel caso delle unghie di Chiara, i risultati delle diverse analisi non restituivano sempre gli stessi segnali. Il perito Francesco De Stefano li considerò insufficientemente consolidati per ricostruire un profilo maschile affidabile e utilizzabile per un’attribuzione individuale.
Questo non significa che nei grafici non vi fosse nulla. Significa che tra il rilevare alcuni picchi e dichiarare di avere identificato il DNA di una persona esiste uno spazio scientifico enorme, fatto di soglie, repliche, esclusioni e criteri interpretativi.
Proprio in quello spazio si sarebbe aperto lo scontro successivo. Altri consulenti avrebbero selezionato e affiancato alcuni marcatori emersi da campioni o amplificazioni differenti, sostenendo che, letti complessivamente, potessero fornire informazioni utili per un confronto.
La domanda diventa allora delicatissima: è corretto comporre un profilo accostando segnali che non si sono presentati tutti insieme e con la stessa stabilità? Per alcuni esperti sì, purché ogni dato venga valutato con strumenti statistici adeguati; per altri si rischia di costruire un profilo apparentemente più completo di quello realmente restituito dal laboratorio.
Per comprendere perché una parte di quei segnali poteva restringere il confronto soltanto a una linea familiare maschile, e non identificare direttamente Andrea Sempio, dobbiamo distinguere il DNA autosomico dall’analisi del cromosoma Y.
🧬 DNA autosomico e cromosoma Y: che differenza c’è?
Quando sentiamo parlare di “profilo genetico”, immaginiamo spesso una specie di codice personale capace di indicare un solo individuo. Ma non tutte le analisi del DNA possiedono lo stesso potere identificativo.
Il DNA autosomico deriva per metà dalla madre e per metà dal padre. Analizzando un numero sufficiente di marcatori e ottenendo un profilo completo e di buona qualità, è possibile raggiungere una capacità di identificazione molto elevata, con l’eccezione particolare dei gemelli monozigoti.
Sulle unghie di Chiara Poggi, però, il suo DNA era nettamente predominante. In una miscela nella quale il contributo femminile è molto più abbondante, i segnali autosomici appartenenti a un uomo possono rimanere deboli, incompleti oppure difficili da separare.
È qui che entra in gioco il cromosoma Y, presente soltanto nei soggetti geneticamente maschi. La sua analisi consente di cercare specificamente la componente maschile anche quando questa è nascosta dentro una quantità molto maggiore di DNA femminile.
Il risultato prende il nome di aplotipo Y. A differenza di un profilo autosomico completo, però, non identifica necessariamente una singola persona. Il cromosoma Y viene trasmesso dal padre ai figli maschi con variazioni generalmente limitate: padre, figlio, fratelli e altri parenti collegati attraverso la stessa linea paterna possono quindi condividere lo stesso aplotipo.

Una compatibilità sul cromosoma Y può indicare che il materiale è coerente con una determinata linea maschile, ma non permette di scegliere automaticamente uno specifico uomo all’interno di quella linea. Inoltre, lo stesso aplotipo può essere presente anche in uomini non imparentati, con una frequenza che deve essere valutata attraverso banche dati e calcoli statistici.
Nel caso Garlasco il problema era ancora più delicato, perché non si disponeva di un aplotipo completo, pulito e proveniente con certezza da un unico soggetto. I segnali maschili erano parziali e inseriti in campioni nei quali potevano essere presenti contributi differenti.
Il confronto proposto dalla difesa di Alberto Stasi riguardava quindi alcuni marcatori del cromosoma Y ritenuti compatibili con il profilo attribuito ad Andrea Sempio. La formulazione corretta non era “quel DNA appartiene a Sempio”, ma neppure “quel risultato non significa nulla”. Significava che, secondo quella lettura, Sempio e gli uomini della sua linea paterna non potevano essere esclusi come possibili contributori.
Da questo dato, però, il laboratorio non poteva stabilire:
- quale uomo avesse lasciato il materiale;
- se tutti i segnali appartenessero alla stessa persona;
- quando il DNA fosse stato depositato;
- se fosse arrivato attraverso un contatto diretto o indiretto;
- se avesse un legame con l’aggressione.
🧩 Non è un nome, ma non è neppure il nulla. Il cromosoma Y non può scrivere “Andrea Sempio” sopra una provetta. Ma se alcuni segnali vengono ritenuti compatibili con la sua linea
paterna e nelle prime dichiarazioni della famiglia Poggi lui non viene ricordato come un frequentatore abituale della villetta, allora la domanda resta: come sarebbe arrivato quel materiale sulle unghie di Chiara? Dire che la compatibilità non dimostra un omicidio è scientificamente corretto; ripeterlo per evitare di cercare una spiegazione, invece, non risolve proprio niente.
Per capire perché da questi stessi dati Francesco De Stefano e Pasquale Linarello arrivarono a valutazioni tanto diverse, dobbiamo osservare quali marcatori considerarono utilizzabili e quale metodo applicarono al confronto.
🔬 De Stefano e Linarello: due letture degli stessi dati
Nel 2014 Francesco De Stefano non aveva davanti il profilo genetico di Andrea Sempio. Era il perito nominato dalla Corte nel processo d’appello bis ad Alberto Stasi e doveva stabilire che cosa fosse possibile ricavare dai reperti ungueali di Chiara Poggi.
La sua conclusione fu prudente: i segnali maschili erano parziali, discontinui e non sufficientemente confermati nelle diverse repliche. Secondo De Stefano, accostare risultati provenienti da dita o amplificazioni differenti avrebbe prodotto un aplotipo “monco”, costruito mettendo insieme dati che non si erano presentati contemporaneamente in un’unica reazione.
Due anni dopo entrò in scena Pasquale Linarello, consulente della difesa Stasi. Non effettuò una nuova analisi sulle unghie, ormai consumate: rivalutò i profili prodotti nel 2014 e li confrontò con un campione genetico attribuito ad Andrea Sempio, ottenuto attraverso gli oggetti recuperati dagli investigatori privati.
Linarello ha successivamente raccontato di avere lavorato inizialmente alla cieca: avrebbe ricevuto i tracciati ungueali e un ulteriore profilo senza conoscere l’identità delle persone coinvolte. Soltanto dopo aver rilevato la concordanza sarebbe stato informato che il profilo di confronto veniva attribuito a Sempio.
Secondo il consulente, alcuni marcatori del cromosoma Y presenti su due margini ungueali mostravano una compatibilità completa nei punti disponibili. Linarello riconosceva che il profilo fosse parziale e presentasse criticità, ma lo riteneva comunque utilizzabile come spunto investigativo.
La Procura contestò duramente quel metodo. Secondo i pubblici ministeri, Linarello avrebbe selezionato per ciascun dito la replica più favorevole all’attribuzione a un soggetto terzo, senza ottenere conferme dalle altre amplificazioni. Gli venne inoltre contestato di non avere attribuito la stessa importanza ad alcuni dati compatibili con Alberto Stasi, emersi per esempio dal quarto dito della mano sinistra.
Il problema, quindi, non era soltanto stabilire se esistesse una corrispondenza. Bisognava decidere quali picchi fossero abbastanza affidabili da entrare nel confronto e se fosse corretto combinarli quando le repliche non restituivano risultati sovrapponibili.
Nel 2017 la Procura richiamò De Stefano e gli chiese di valutare le osservazioni contenute nella consulenza Linarello. Il professore confermò la propria posizione: quei dati non consentivano di ricostruire un profilo maschile consolidato e la comparazione proposta non possedeva, a suo giudizio, sufficiente solidità scientifica.
Quello che non risulta essere stato disposto fu un nuovo accertamento indipendente affidato a un terzo genetista, insieme a un prelievo ufficiale del DNA di Sempio. La Procura preferì confrontarsi nuovamente con il professionista che aveva prodotto e già interpretato quei risultati nel 2014.
Sia chiaro: De Stefano poteva avere perfettamente ragione. Ma chiedere all’autore di una perizia se la rilettura critica della sua stessa perizia fosse fondata non equivale a sottoporre il contrasto a una verifica realmente terza.
🕵️ Quando due esperti leggono lo stesso dato in modo opposto, l’indagine dovrebbe fare una cosa semplice: controllare. Da una parte c’era un perito che considerava quei segnali inutilizzabili; dall’altra un consulente che sosteneva di avere trovato una compatibilità con la linea paterna di un ragazzo non ricordato inizialmente come frequentatore abituale della casa. Perché non acquisire ufficialmente il suo DNA e affidare tutto a un terzo laboratorio? Se Linarello sbagliava, lo si sarebbe dimostrato. Se aveva ragione, si sarebbe evitato di perdere anni. Invece il dubbio venne chiuso senza essere davvero sciolto. E quando nel 2025 altri genetisti sono tornati proprio su quei dati, domandarsi se nel 2017 si potesse fare di più non è complottismo: è quasi inevitabile.
La contrapposizione tra De Stefano e Linarello non dimostrava la colpevolezza di Andrea Sempio. Dimostrava però che la traccia genetica non aveva ricevuto un’interpretazione condivisa. E prima di decidere quale lettura fosse più convincente, rimaneva ancora un’altra domanda: quei segnali appartenevano a un solo uomo oppure provenivano da una miscela di più profili maschili?
🧠💭 Voglio ricordare a me stessa — prendendo in prestito un’espressione che usa spesso il grande avvocato Antonio De Renzis — e anche ai gentili lettori un passaggio che, parlando del DNA, non possiamo permetterci di tralasciare.
Nel 2023 la difesa di Alberto Stasi affidò a Ugo Ricci il riesame dei dati genetici del 2014. Alla sua valutazione venne affiancata l’expert opinion di Lutz Roewer, genetista tedesco ed esperto internazionale degli aplotipi del cromosoma Y.
A Roewer non furono consegnate le unghie, ormai non più disponibili, ma i dati genetici e i profili di comparazione resi anonimi. Secondo la ricostruzione fornita da Ricci, l’esperto non conosceva i nomi coinvolti. Eppure ritenne quei dati utilizzabili e rilevò una compatibilità con il profilo poi ricondotto alla linea paterna di Andrea Sempio, mentre Alberto Stasi risultava escluso dalle tracce considerate.
Ed è proprio questo che non voglio dimenticare: Roewer sarebbe arrivato a quella compatibilità senza sapere quale profilo appartenesse a Sempio. Non è la prova che Andrea abbia ucciso Chiara e non identifica individualmente l’autore della traccia. Ma allora perché una verifica indipendente di questo livello arrivò soltanto nel 2023, e soltanto per iniziativa della difesa Stasi? Io quei segnali maschili non riesco a liquidarli come semplice rumore di laboratorio, soprattutto quando diventano così scomodi.
Un aggiornamento successivo è però indispensabile. Nel 2025 la genetista Denise Albani, nominata per l’incidente probatorio, ha rilevato una compatibilità tra alcuni segnali del cromosoma Y e la linea paterna della famiglia Sempio. Ha però precisato che il risultato non consente di identificare individualmente Andrea Sempio, non può essere considerato certamente affidabile e non permette di stabilire come, quando o perché il materiale biologico sia arrivato sui margini ungueali di Chiara. La nuova valutazione ha quindi confermato l’esistenza della compatibilità, ma non ha risolto il problema del significato investigativo della traccia.

🧬 Un solo uomo o una miscela di profili maschili?
Dire che sulle unghie di Chiara Poggi venne rilevato “un DNA maschile” rischia di creare un’altra immagine troppo semplice. I risultati del 2014 non restituirono una traccia unica, pulita e completa, ma segnali parziali emersi da margini ungueali differenti, all’interno di campioni nei quali il materiale genetico della vittima rimaneva predominante.
Il termine “misto” richiede però attenzione. Una traccia può essere definita mista perché contiene il DNA femminile di Chiara insieme a una componente maschile. Questo, da solo, non dimostra la presenza di più uomini. In alcuni tracciati, tuttavia, comparivano segnali che potevano far ipotizzare più contributori maschili, senza consentire di ricostruirne con certezza numero e identità.
Nella lettura proposta da Pasquale Linarello, i dati relativi al mignolo della mano destra, MDX5, e al pollice della mano sinistra, MSX1, mostravano marcatori compatibili con la linea paterna attribuita ad Andrea Sempio. Sul quarto dito della mano sinistra, MSX4, emergeva invece un aplotipo differente, ritenuto incompatibile tanto con Sempio quanto con Alberto Stasi.
Questo particolare non cancella la compatibilità indicata sugli altri due reperti. Semmai rende il quadro ancora più scomodo: se quella lettura fosse corretta, sui margini ungueali di Chiara sarebbero comparsi segnali riconducibili a linee maschili diverse.
Ma esiste anche l’interpretazione opposta. Per Francesco De Stefano le differenze tra i tracciati, la mancata ripetibilità dei risultati e la debolezza di alcuni picchi non permettevano di distinguere con sufficiente sicurezza un vero contributore da un artefatto analitico. In altre parole, ciò che per un consulente indicava più profili maschili, per il perito poteva essere il risultato di dati troppo fragili per essere combinati e attribuiti.
Ed è qui che bisogna evitare una scorciatoia: trovare alcuni marcatori compatibili non significa dimostrare che un’unica persona abbia depositato tutto il materiale. Se la traccia è mista, ogni confronto diventa più complesso, perché un soggetto può risultare compatibile soltanto con una parte dei segnali, mentre gli altri possono appartenere a persone differenti oppure dipendere dalla scarsa qualità del campione.
Non sappiamo inoltre quando, come e attraverso quale contatto quelle componenti siano arrivate sulle unghie. Possono essere formulate ipotesi di contatto diretto, trasferimento attraverso un oggetto o contaminazione, ma i soli profili genetici non permettono di scegliere con certezza una di queste spiegazioni.
🧠 Più profili non significano meno domande. Se due margini ungueali presentavano marcatori compatibili con la linea paterna di Andrea Sempio e un altro mostrava segnali differenti, io non vedo un motivo per liquidare tutto con un’alzata di spalle. La possibile presenza di altro DNA maschile non cancella quello compatibile con Sempio: ci obbliga piuttosto a chiederci quante persone abbiano contribuito, in quale momento e perché. Dire semplicemente “era una miscela” non risolve il mistero. Gli cambia soltanto forma.
Nel 2017, quindi, non era possibile sostenere scientificamente che tutto il materiale maschile appartenesse ad Andrea Sempio. Ma non era neppure corretto raccontare quei reperti come se non contenessero alcun segnale degno di approfondimento. Prima di attribuire un significato investigativo a quelle compatibilità, bisognava affrontare il problema più difficile: quanta materia genetica era disponibile, in quali condizioni si trovava e quanto potevano avere inciso degradazione e contaminazione?
🧪 Degradazione, contaminazione e trasferimento
Quando si maneggiano reperti genetici datati o raccolti in contesti complessi, tre concetti chiave dominano la discussione: degradazione, contaminazione e trasferimento indiretto.
La degradazione si verifica quando il DNA si frammenta nel tempo a causa di agenti ambientali, calore o umidità. Nei tracciati ungueali di Chiara Poggi, la presenza di segnali discontinui poteva dipendere proprio dalla perdita di integrità del materiale biologico conservato per anni.
La contaminazione riguarda invece l’introduzione involontaria di DNA estraneo durante il repertamento, l’autopsia, la conservazione o le successive fasi di laboratorio. Nel caso di Chiara, la raccolta iniziale in due contenitori complessivi — uno per ciascuna mano — rende oggi più difficile stabilire da quale dito e da quale superficie provenissero i singoli segnali genetici. Questa modalità non dimostra da sola che vi sia stata una contaminazione, ma limita la possibilità di ricostruire con precisione origine e distribuzione del materiale.
Infine, il trasferimento indiretto (o secondario) è la capacità del DNA di depositarsi su un oggetto o su una persona attraverso un intermediario. Una stretta di mano, l’uso di una tastiera di computer, una maniglia o persino un asciugamano possono veicolare frammenti di materiale genetico da un individuo a un altro senza che vi sia mai stato un contatto fisico diretto.
Se il DNA attribuibile alla linea paterna di Andrea Sempio si fosse trovato su un oggetto della casa — come il mouse del computer di Chiara — un contatto successivo della vittima con quello stesso oggetto avrebbe potuto trasferire le cellule sul margine ungueale. È una possibilità teorica reale, ma rimane, per l’appunto, un’ipotesi non dimostrata.
🔄 La trappola del “come” e del “quando”. La scienza ci offre uno strumento straordinario per leggere il codice genetico, ma ha un limite insuperabile: il DNA non porta un datario e non racconta la dinamica del contatto. Può dirci se due profili si assomigliano, ma non se si siano incrociati durante una colluttazione fatale o per via di un oggetto toccato giorni prima. Riconoscere questo limite non sminuisce la prova: evita semplicemente di trasformarla in una suggestione.
🔍 Che cosa dimostrava realmente il confronto con Andrea Sempio
Mettendo insieme i dati tecnici, emerge un quadro chiaro di quello che la comparazione genetico-forense ha espresso e di ciò che invece non ha mai potuto affermare.
Il confronto condotto dalla difesa Stasi ha mostrato che in alcuni marcatori del cromosoma Y estratti dai margini ungueali vi era una non-esclusione di Andrea Sempio e della sua linea di discendenza paterna. In termini scientifici, significa che il profilo rilevato non possedeva elementi per dichiarare quell’aplotipo incompatibile con il suo.

Ciò che la comparazione NON dimostrava comprende aspetti fondamentali:
- Non identificava individualmente Andrea Sempio: l’aplotipo Y è condiviso da tutti i consanguinei maschi per via paterna e può comparire in altri soggetti non imparentati.
- Non collocava Sempio sulla scena del crimine: la presenza della traccia non equivale alla presenza fisica della persona nell’ora del delitto.
- Non dimostrava l’azione aggressiva: la localizzazione sui margini ungueali non prova una difesa o un graffio.
Questi limiti non rendevano però irrilevante la non-esclusione. Nel 2017 Andrea Sempio non era stato una figura centrale nelle prime indagini e il confronto non venne seguito da un prelievo ufficiale e da una nuova verifica indipendente. La compatibilità poteva giustificare ulteriori accertamenti, ma non autorizzava ancora una conclusione sulla provenienza o sul significato della traccia.
🗣️ Le frasi che raccontano male il risultato genetico
Facciamo un piccolo passo indietro e parliamoci chiaro: quante volte abbiamo sentito frasi sparate a zero nei talk show o lette sui giornali che ci hanno fatto sobbalzare? Nel caso di Garlasco, il linguaggio ha spesso fatto un torto gigantesco alla precisione della scienza, trasformando sfumature delicatissime in slogan da curva.
| La scorciatoia dei media | Cosa dicono davvero le carte |
|---|---|
| «Sotto le unghie c’era il DNA di Sempio» | Si trattava di margini ungueali con segnali parziali del cromosoma Y non escludenti la sua linea paterna. Niente nome scritto sulla provetta. |
| «Il DNA prova che Chiara si è difesa e lo ha graffiato» | I reperti sono stati disciolti: impossibile sapere se il materiale fosse sotto l’unghia, sopra o sul bordo. La dinamica della difesa resta un’ipotesi. |
| «La perizia ha smentito del tutto quella traccia» | Il perito ha ritenuto i dati troppo deboli e incompleti per costruirci sopra una prova, non che quei picchi non esistessero. |
| «La perizia del 2025 ha dimostrato che quel DNA era di Andrea Sempio» | La perizia ha rilevato una compatibilità con la linea paterna della famiglia Sempio, ma non ha identificato individualmente Andrea né stabilito come, quando o perché il materiale sia stato depositato. |
⚖️ Quando una parola scientifica div diventa una sentenza
Il problema non è decidere se quella traccia fosse una prova definitiva oppure non significasse assolutamente nulla. I dati erano parziali, discussi e interpretati in modo differente: proprio per questo non potevano essere trasformati né in una condanna anticipata né in un elemento da ignorare.
La genetica forense distingue tra compatibilità, identificazione individuale e significato della traccia. Nel caso delle unghie di Chiara Poggi, queste tre domande non hanno ricevuto la stessa risposta: alcuni segnali sono stati ritenuti compatibili con la linea paterna della famiglia Sempio, ma non è stato possibile identificare un solo uomo o ricostruire la dinamica del deposito.
💭 È proprio qui che continuo a fermarmi. Nel 2017 non serviva trasformare Andrea Sempio in un colpevole sulla base di pochi marcatori. Serviva capire se quel contrasto tra esperti potesse essere verificato in modo davvero indipendente. Chiedersi perché questo controllo non venne disposto non significa pronunciare una condanna: significa domandarsi se tutte le possibilità di accertamento furono utilizzate fino in fondo.
Domande frequenti
Il DNA di Andrea Sempio è stato confermato ufficialmente sulle unghie di Chiara?
Nel 2017 no: esisteva una compatibilità sostenuta dai consulenti della difesa Stasi, ma contestata dalla Procura e ritenuta non sufficientemente solida da Francesco De Stefano. Nel 2025 la perita Denise Albani ha confermato una compatibilità tra alcuni segnali del cromosoma Y e la linea paterna della famiglia Sempio, precisando però che il risultato non identifica individualmente Andrea Sempio e non permette di stabilire quando, come o perché il materiale genetico sia arrivato sui margini ungueali di Chiara.
Possiamo dire che Chiara abbia graffiato il suo aggressore?
Non con certezza. Nel 2014 vennero trattati gli interi frammenti ungueali e i dati ottenuti non permettono di stabilire se il materiale genetico si trovasse sulla superficie, sul bordo oppure nella parte concava dell’unghia. La traccia, quindi, non dimostra da sola un graffio o un gesto di difesa, ma non consente neppure di escluderlo.
Il cromosoma Y può identificare una persona con certezza?
No. Il cromosoma Y viene trasmesso lungo la linea paterna con variazioni generalmente limitate. Per questo uomini appartenenti alla stessa linea maschile possono condividere un aplotipo uguale o molto simile. Il confronto può quindi indicare una compatibilità con una determinata linea paterna, ma non attribuire automaticamente la traccia a un solo individuo.
📚 Fonti consultate e approfondimenti
- Relazione peritale del Prof. Francesco De Stefano (Processo d’Appello Bis ad Alberto Stasi, 2014) — per capire come e perché la perizia d’ufficio ha frenato sugli entusiasmi.
- GeFI – Raccomandazioni per il repertamento delle tracce biologiche — indicazioni sulla raccolta del materiale presente sotto le unghie e sulla necessità di considerare ciascun campione come un singolo reperto.
- Inchieste e resoconti giudiziari a cura de Il Giorno sull’autopsia e la conservazione dei reperti ungueali: Il Giorno – Autopsia e reperti ungueali.
- RaiNews – Perizia sul DNA delle unghie di Chiara Poggi — approfondimento sui risultati depositati nel 2025, sulla compatibilità con la linea paterna della famiglia Sempio e sui limiti indicati dalla perita Denise Albani.
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💭 Il dubbio rimane aperto. La compatibilità genetica non permette di attribuire automaticamente la traccia ad Andrea Sempio né di collegarla all’aggressione. Ma proprio perché gli esperti arrivarono a conclusioni tanto diverse, resta difficile accettare che quel contrasto sia stato chiuso senza un confronto indipendente capace di scioglierlo davvero.
Tu come la vedi? Pensi che quei segnali genetici meritassero ulteriori verifiche? Scrivimi la tua nei commenti, mantenendo il confronto rispettoso.
Se il confronto genetico lasciava ancora così tanti dubbi, perché Andrea Sempio fu archiviato nel 2017?